Acoustic Ladyland

Skinny Grin

2006 (V2) | avant-rock, jazzcore

Gli Acoustic Ladyland nascono a Londra durante il 2003, a contatto con il giro F-ire (collettivo che comprende, tra gli altri, Polar Bear e Menlo Park). La line-up è composta da Pete Wareham (sax tenore e baritono), Tom Cawley (tastiere), Tom Herbert (basso) e Sebastian Rochford (batteria). A un debutto francamente tiepido (“Camouflage”; Babel, 2004), il quartetto fa seguire “Last Chance Disco” (Babel, 2005), con cui getta le basi del suo storpiato (ma movimentato) jazz-rock, spesso free-canterburyiano, e il presente “Skinny Grin”.
In quest’ultimo album si comincia con una intro sciatta di piano, quasi decadente, a fare staffetta con parti in fortissimo distorto death-metal, ma è soprattutto con il grind ipercinetico e jazzato (Orthrelm via Magma), suscettibile di variazioni formali acido-sardoniche e dotato di una seconda parte rallentata e oscuro-dissonante (ennesima degenerazione delle variations delle Mothers Of Invention di Zappa), di “New Me”, che si entra nel vivo. “Paris” è così giochetto vintage della tastiera incastonato tra controtempi complessi e fraseggi della vocalist (il cui mood ricorda i Flat Earth Society) che svariona in concertino in levare, refrain con fasce rumoristiche e chiusa psicotica.

I contrasti non si fanno attendere. “Cuts And Lies” è piuttosto funk-r’n’b sgraziato e fratturato (anche se i cori delle tastiere e il sax distorto in questo caso sono imbarazzanti), e “Glass Agenda” - impostato da organetto e distorsione - richiama tanto la bonarietà del nu-jazz freak-oriented (Need New Body, Icy Demons, Mice Parade, Shining, Supersilent) quanto la freddezza wave (canto à-la Wire). Se “Your Shame” e la title track sono pezzi duri (ancora grind e canto hardcore), ma dotati di sovratoni psichedelici, moltiplicazioni di suoni e rielaborazioni alla “Bitches Brew”, crooning bebop del sax, e tastiera dissonante, “Red Sky” sembra una delle piece più lineari dei Soft Machine.
Il commiato di “Hitting Home” (in cui ritorna il piano dell’attacco) è invece il brano più pacato, quasi rassegnato, ma che si anima nel finale aggiungendo pure piccole dosi di sampling (schema, questo, che pervade in realtà l’opera nella sua interezza). “Salt Water” (espressionismo collettivo alla “Valentyne Suite”), “That Night” ( piece zappiana con sortite melodiche), “The Rise” (scherno musicale generalizzato) e “The Room” ( fade-in a jam già inferocita) esprimono invece più monotonia che altro.

Disco dalle gambe lunghe ma dal fiato corto o cortissimo, in cui le idee portanti consistono nell’esaltazione dell’unica idea degna di questo nome: la storpiatura delle idee. Il punto è che non si tratta di un’opera d’idee. Nemmeno di sentimenti, o di loro surrogati. Per arrivare al vero nocciolo - pezzi brevi e disadorni che risuonano soprattutto nell’inconscio - bisogna prendere per buone cose invero indigeste, o dal retrogusto complicato: l’elevata preparazione tecnica, la bassezza compositiva, la poca scioltezza.
Il tratto saliente (ma poco sfruttato), in questo mare magnum, potrebbe essere le ugole sensuali di Alice Grant e Anne Booty. In “Salt Grant” suona sua eccellenza James Chance. Immagine di copertina: “Ritratto del ballerino, Alexander Sacharoff” (Alexej Von Jawlensky, 1909).

(04/02/2007)

  • Tracklist

1. Road Of Bones
2. New Me
3. Red Sky
4. Paris
5. Your Shame
6. Skinny Grin
7. Salt Water (Scott Walker Mix)
8. Cuts And Lies
9. Glass Agenda
10. That Night
11. The Rise
12. The Room
13. Hitting Home

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