Si dice che fare rock in Italia sia molto difficile, che il rock è una cosa che o la si ha o no, e gli italiani, date le loro radici musicali, fra classica e musica leggera, non la abbiano. Sarà forse per questo che della musica rock (intesa in senso lato stavolta, e non in senso stretto come su) sia stato il genere più lontano dalla sua essenza, il prog-rock, ad attecchire in modo elevatissimo nella nostra penisola. Oggi, a ormai trent’anni da quell’esperienza, ma esattamente come allora, i giovani musicisti italici paiono influenzati in modo massiccio da un’altra corrente che sta al vitalismo del rock come allora stava il prog: il cosiddetto post-rock.
I Black Eyed Susan (un quartetto di Brescia) rientrano a pieno titolo nel guazzabuglio di gruppetti e gruppettini che vanno a saturare le fila dell’insieme, pur essendo ormai palesemente fuori tempo massimo. Proprio per ovviare alle difficoltà strutturali che affronta il genere tutto e che ne stanno decretando il tramonto, i Black Eyed Susan provano a inserire una variazione a tema: alle strutture tipicamente post vanno a sommare la poetica sonora degli ultimissimi Sonic Youth targati O’Rourke (“Murray Street” e “Sonic Nurse” per intenderci), e le loro dilatazioni ormai post-noise .
La fusione delle due anime cesella i brani migliori di questo loro esordio, “And Silence Will Begin Soon”: parliamo di “Orange”, lunga distesa ringhiosa con gran cresecendo strumentale in coda, con tanto di voce femminile protagonista (la novella Kim Gordon si chiama Luisa Pangrazio e mostra buone potenzialità canore, seppur ancora acerba e da affinare: per giunta spesso esegue limitandosi o sbandando su tonalità poco personali) e “Golden Cage”, vestito onirico anziché pungente, che sfocia in tormento.
Il limite di tali pezzi è che, nonostante la forma espositiva sia degnissima, la band non mostra lo spessore interiore adatto per elevarli oltre la sufficienza (o la maniera).
Quando invece è soltanto post-rock gli ostacoli aumentano. A volte l’idea di partenza è buona, ma non viene debitamente fatta fruttare, come in “The Jail”, le cui venature country trovano un buon giro di chitarra che però non si sviluppa mai in modo adeguato, finendo per venire alla lunga un po’ a noia; altre volte lo sviluppo c’è, ma sono i tempi a difettare, mancando d’equilibrio, come in “J.M.”, atmosfera cupa e ammiccante che si apre troppo tardi in lampo melodico (perfetta stavolta la prova della Pangrazio, mentre la voce maschile, consapevole di non essere irresistibile, proverà, per tutto il disco, a trovare un tono convincente senza risultati apprezzabili).
Nella seconda metà la band prova a esporre la sua musica in modo diverso: “I Hate You” tenta la carta della “rabbia intellettuale”, ma il suo graffio di plastica spinge a nicchiare, mentre la spenta processione di “Running Backward” subisce un tentativo di rianimazione a colpi di nastri al contrario: l’effetto ottenuto serve solo a peggiorare le cose.
Fanno il proprio dovere invece le note di tastiere che puntellano la delicata “L.K”, che va a collocarsi tra gli episodi più riusciti.
Nel finale, a un non riuscito ritorno alla gioventù sonica con “Fake Reality” fa da pendant la (appena sufficiente) jam di “Backdoor” a ritmo di passo omicida di basso, scossa da continui soli di chitarra rock (anziché post ).
Le idee messe in scena in questo “And Silence Will Begin Soon” non sono di primo pelo e la loro esposizione non eccelle. Qualche spunto lo salva da un giudizio peggiore, con la speranza che le combinazioni vengano meglio ponderate e proposte in futuro. Rimandati alla prossima.
18/04/2006