Guillemots

Through The Windowpane

2006 (Polydor/ Naive) | pop

Feeling avverso che, sulle pulsazioni di un lentissimo countdown, squarcia il tempo, creando una fessura nostalgica.
Questo è lo sguardo malinconico del dolore, con una coda sempre aperta alla dolcezza di due labbra che, per capirci, distendono i propri punti di giuntura per disegnare un pianto sì, ma beato e fiero.
Non sembra vero, ma c'è ancora qualcuno intenzionato a cogliere mele fuori dal tempo, qualcuno disposto a giocarsi la propria dignità emozionale guardando al di là delle nuvole, puntando un palazzo di plastica su una piazza di cartone.
È un gioco di pensieri e parole che si coccolano a vicenda, di taccheggi accennati che ripongono nelle tasche il meglio delle fantasmagoriche iniziative di un Tim Buckley, per intenderci.
È anche un giro attorno all'essenziale, con pochi colpi ad effetto artificiosi e con un uso della voce come non si sentiva dalla stanza 109 dell'Islander di "Happy Sad".

I Guillemots fanno sul serio e, nell'apertura dei cassetti, dimostrano di avere poco in disordine: non ci sono appunti stropicciati e riposti in un fondo invisibile, così come non compaiono prove di penne che non scrivono. Le idee sono evidentemente il frutto di una lunga sublimazione di piaceri e gusti, quindi non ci si meraviglia innanzi a cotanta compattezza di molteplici varietà.
Gli strumenti che usano sono pochi e timidi, ma fanno impallidire quegli sparuti e isolati arpeggi di pianoforte, piazzati mai a caso e razionati al centesimo. A volte si costruisce una canzone su un accordo permanente di tastiera, altre si fa finta di usare un campionamento radio, altre ancora si rende torbido un piccolo carillon, ma mai ci si allontana da un'abilità ammirabile, quasi spaventosa.
I Guillemots pizzicano un bel po' nella tradizione gospel, in quanto la voce di cui parlavo prima non è particolare solo perché in evidenza. Sarebbe riduttivo.
Il fascino sinistro del timbro si sballotta tra rarissimi falsetti e potenti quanto frequenti fuoriuscite secche. Dà ritmo e calore a quasi tutti gli episodi, talora va avanti da solo e si snoda su binari pazientemente percorsi. Non molla e non sempre asseconda, digitando un effluvio di contaminazioni col resto che si usa nella stesura.
Questi ragazzi mi danno l'impressione di fare i cascamorti, spasimano di fronte alle comparazioni di sorta e riciclano con genio la storia ricurva della musica d'intrattenimento.
Come i Divine Comedy cui sono stati accostati, anche se, a differenza di questi, osano un maggiore spessore nello screening.

Forse il termine più semplice per attecchire è "romanticismo", ma è importante che si volti subito pagina e si leggano tutti gli altri che ne rafforzano e ampliano il significato.
"Through The Windowpane" è un disco che non fa baldoria e non china il capo davanti al pericoloso cinema classico che supporta. C'è un'aria così pulita e magnificente che si obbedisce pure a qualche bugia di proprietà: ci si sente subordinati davanti alla suadente impasse che si respira e si ha voglia di riflettere.
È una musica che sempre suonerà.
Difficile parlare di singoli brani, perché il valore va attribuito a determinati usi e successi del potere del minimo. E le gloriose testimonianze del contrario ("Sao Paulo") rendono le cose più pruriginose, quasi accattivanti.
Allora si va avanti per menzioni, o forse no. "Little Bear" e "Redwings" sono lo scioccante tramite con Tim Buckley, "Blue Would Still Be Blue" quello col gospel, "Through the Windowpane" quello coi Divine Comedy.
È molto probabile che troverete ingenerose queste poche estrapolazioni, tanto è il bello meritorio, ma giudico altrettanto ingeneroso star qui a discettare di scelte, perché non ne sono capace.

I Guillemots hanno uno stile claustrale e laico allo stesso tempo, una classe cinerea e avveduta, un futuro da seguire.
La loro Londra è lontana nel tempo, anche se la leggono e la scrivono come qualcosa di regalmente all'avanguardia. Sogni e cielo grigio combaciano alla perfezione, pure laddove gli uni o l'altro sembrano scavalcarsi a vicenda.
I Guillemots hanno scattato la fotografia dei paradossi, delle macchine del tempo e, soprattutto, di quelle cose nell'aria che solitamente non si captano.
E c'è voluto poco, solo delle semplici esternazioni di cuore, polmoni e, logicamente, di fiuto.

(01/10/2006)

  • Tracklist
  1. Little Bear
  2. Made Up Love Song #43
  3. Trains To Brazil
  4. Redwings
  5. Come Away With Me
  6. Through The Windowpane
  7. If The World Ends
  8. We're Here
  9. Blue Would Still Be Blue
  10. Annie, Let's Not Wait
  11. And If All
  12. Sao Paulo
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