Gregg Kowalsky

Through The Cardial Window

2006 (Kranky) | electro-acoustic, ambient

L’esperienza artistica di Gregg Kowalsky, ad oggi residente in California, inizia alla fine degli anni 90 tramite partecipazioni a festival di tutta Europa dedicati alla musica elettronico-multimediale (tra cui il prestigioso Sonar, a Barcellona), ma soprattutto registrando i suoi primi brani electro-techno sotto i moniker di Nosordo e Osso Buco. Già entrato in contatto più e più volte con i futuri compagni di scuderia (l’altrettanto prestigiosa Kranky), tra cui Keith Fullerton Whitman e Bird Show, Kowalsky inizia tra il 2004 e il 2005 la lavorazione di “Through The Cardial Window”, il suo esordio su lunga distanza.

Il disco attacca con una luce fioca e sfaldata, unita a battimenti e pulsazioni subliminali, ad ampliarsi e sfaldarsi nuovamente, e pure ad acquistare tinte drammatiche d’immensità fluttuante. Il tutto riesce a dare fin da subito il senso dell’elevazione celestiale; l’intera opera è anzi improntata a una tecnica (mista) quasi simbolistico-impressionista, non dimentica di contorni kraut-glitch , della micropolifonia di Ligeti (R.I.P.), e provvista di continue fasce di suono ipnoticamente caleidoscopico.
A questa prima dichiarazione d’intenti segue una vibrazione grave, carica di armonici e infrasuoni (“That In Allepo Twice”), alla quale si aggiunge un composto aeriforme di organo e timbri digitali che acquista in dinamica fino alla comparsa di una seconda sorgente, stavolta luminosissima, e di una figura ritmica in sub-frequenza. “Into The Marshes They Drove Me” attacca con una sospensione fade-in unita a scariche elettrostatiche che conduce verso una landa cosmica immateriale, come pure di conguagli urlanti e suggestivi avvallamenti sostenuti dal drone galleggiante dell’incipit . Il piccolo vortice astrofisico di “Coral Gables” genera invece un’espansione radiale di found sound , mentre in lontananza si staglia un sibilo che diventa progressivamente estasi paradisiaca, sottolineata da effettistica varia.

In “Long Distance Decade” un drone liturgico basato sull’alternanza di due note si accoppia a un richiamo aerospaziale in lontananza sommerso da nebulose di feedback, secondo una sorta di jam ambientale che implementa in modo magmatico a ricordare le dense trasfigurazioni post-minimal di Max Richter e di Eluvium. “Gara Note” procede da un abbaglio ultraterreno in oscillazione che, alla lunga, rende la percezione dapprima di un raga basato sull’imitazione timbrica di un sitar elettroacustico ad ampio/amplissimo riverbero, quindi di una densa coltre di rumore indefinito. “Tendrils (guitar pickup)”, come recita il titolo, è basato su manipolazioni acustiche di timbri filtrati da un pickup per chitarra classica, ed è il brano più musicale (e più Brian Eno) del lotto, quindi la pace dei sensi, il ritorno all’umana condizione, o il tentativo di comprensione di quanto visto/ascoltato.

Cosa ne deriva? Di base c’è la tendenza alle evoluzioni impercettibili, ma pregne di suono, di colore sovrannaturale, di estenuante volatilità. Le composizioni di Kowalsky sono non-composizioni con il forte desiderio di diventare composizioni, ma che restano strato inconscio, quando non pura percezione. Se da un lato le sue intuizioni acustiche sommergono la vera volontà di scrittura (pure presente), dall’altro aprono squarci di reale trasfigurazione sonora. Spesso fa soffrire di vertigini indesiderate, ma l’ascolto non è pesante, è anzi un’originale proposta di statura artistica che ha quantomeno l’abnegazione delle opere colte. “Into The Marshes They Drove Me” contiene campioni degli Isis. Marielle Jakobsons, oltre al violino, suona vetro incurvato (il cui stato non è solido, ma liquido a viscosità infinita).

(24/06/2006)

  • Tracklist
  1. Ashes From Eversore
  2. That In Allepo Twice
  3. Into The Marshes They Drove Me
  4. Coral Gables
  5. Long Distance Decade
  6. Gara Note
  7. Tendrils (guitar pickup)
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