Long Blondes

Someone To Drive You Home

2006 (Rough Trade) | pop

I Long Blondes sono i piu' scaltri del britpop reincarnato negli anni 2000. In pochi anni hanno sapientemente costruito il proprio culto fra gli indie-kid britannici, disegnando la propria traiettoria a iperbole con una reticente serie di instant classic su sette e dodici pollici, mentre il passaparola dei concerti in giro per l'isola ha accresciuto la loro fama poco a poco, grazie soprattutto alla personalitö di Kate Jackson, nuovo modello estetico per le adolescenti inglesi assetate di trend e icone in cui identificarsi.
Come un'eroina della Nouvelle Vague, Kate appare sfrontata ma raffinata, poseur ma incline al motto di spirito, veste vintage ma lo porta con piglio ironico dichiarandosi saccheggiatrice dei migliori charity shop di Sheffield. Non è un caso che sia dalle interviste che dalle canzoni e dall' artwork, emerga quanto sia soprattutto un'idea di stile a guidare i cinque, che nonostante si definiscano furbescamente "glamorous punk", in effetti si rivelano finissimi artigiani "meta-pop", per come riescono a rimaneggiare e a modernizzare in maniera brillante e allo stesso tempo emotiva alcuni stilemi e temi della pop-wave e dei girl group dei Sixties.

Se le scelte musicali sono firmate dal gruppo al completo, la maggior parte delle liriche esce dalla penna del chitarrista Dorian Cox, apparentemente la vera anima femminile del progetto, se è Kate stessa a dichiarare che lei non potrebbe mai scrivere canzoni i cui personaggi (femminili) hanno sentimenti così sottili e tormentati. Fin dai primi singoli, la tensione fra le personalità di Dorian e Kate sembra aver ricreato quel misterioso gioco espressivo fra partner musicali dal quale abbiamo visto nascere molte volte il pop più memorabile. Una sequela di Ep, split e sette pollici, tutti azzeccati, usciti per alcune delle etichette underground più hip d'Albione, poi, nell'estate del 2006, il gruppo, definito fino a pochi mesi prima "la miglior band senza contratto d'Inghilterra", ne firma uno nientemeno che con Rough Trade, e si aggiudica per la produzione del debutto "Someone To Drive You Home", Steve Mackey, di pulp-iana (e quindi sheffieldiana) memoria, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l'implicito legame fra adepti del pop letterato fra glamour, squarci sociali e black humor .
Mackey tratta pesantemente il suono dei Blondes, e se a un primo ascolto il confronto con il suono più grezzo e rock dei singoli sembra annacquare l'impatto originale, a ben ascoltare è proprio il discorso meta-pop a emergere grazie all' allure filmica e scintillante del lavoro in studio, che si combina al meglio con la fascinazione cinematografica delle liriche di Dorian e con l'interpretazione da diva punk di Kate.

Il disco si apre proprio con l'occhiolino al cinema di "Lust In The Movies", che con i suoi muri di feedback sembra voler rassicurare i fan che nulla è davvero cambiato. Il brano mantiene una compattezza wave da antologia e può contare su un ritornello dal valore programmatico: "Edie Sedgwick, Anna Karina, Arlene Dahl!", grida Kate, come a mettere in chiaro, con questa triade di icone glamour fra eleganza e decadenza, che qui si gioca con una certa consapevolezza estetica, mentre il testo è centrato sul punto di vista di una ragazza psicosomatica abbandonata da un amante attratto da ragazze più "glamourous" di lei.
Segue il secondo singolo tratto dall'album, quella "Once and Never Again" che fin dalle esibizioni live e radiofoniche è sempre sembrata l' anthem per eccellenza dei Blondes, e non si vedeva l'ora di sentirla in una versione di studio. Il risultato: un film intergenerazionale tutto-donne, la voce matura che ammonisce la ragazza adolescente, come in una scena nel bagno fra specchi e cosmetici, fino al finale di genio che sdoppia l'originaria intenzione materna in pulsione lesbo. Liriche e musica richiamano la stessa capacità di scivolamento filmico degli Smiths, con quella sottile crudeltà mascherata da empatia che fa danzare le parole con le melodie e gli isterismi controllati di chitarra e basso, e dopo averti sballottato ti lascia preda del fantasma di una (ambivalente) emozione, fino a fartela desiderare di nuovo. Blondie, Morrissey & Marr e Spector su un missile back-to-the-future .

"Only Lovers Left Alive" è un'altra mazzata indie , come se le Breeders avessero anche saputo raccontare storie con drammi e sfumature narrative, dagli occhi di una ragazza paziente che aspetta al varco il ragazzo che ama, mentre gli prospetta lo sfacelo delle sue attuali scelte sentimentali. "Giddy Stratospheres", classico del repertorio e ammonizione sulla dipendenza reciproca, è fra i brani conosciuti quello che subisce le più pesanti mutazioni, adagiandosi su synth sci-fi degni degli (...sheffieldiani) Human League, ma il suo afflato epico non si smarrisce, anzi, l'effetto è proprio di richiamare l'epoca d'oro del post-punk ('79-'81), quando sintetizzatori e chitarre, scontrandosi, sapevano ancora di strade e paesaggi industriali, non della perfezione asettica dei megastudi. Ritornello micidiale anche qui, con tanto di "call and response" in stile Shangri-La's. Ancora una ragazza che aspira a un potenziale amante impietoso (come nel disegno di Kate Jackson all'interno del leaflet del cd) è al centro di "In the Company of Women", oscuramente orecchiabile e smithsiana ma forse dalla struttura un po' prevedibile, mentre "Heaven Help the New Girl" inizia ballata per innalzarsi poi sulla ritmica in una parentesi rock quasi Patti Smith (i riferimenti newyorchesi nel suono dei Blondes si sprecano).
Segue la nuova versione del gioiello pop-punk "Separated by Motorways", dalla penna di Kate, un'altro Thelma & Louise adolescente che sa di pub, sabati sprecati e autostrade salvifiche, con (probabilmente) l'unico ritornello al mondo che cita i nomi di due autostrade.

La verbosa "You Could Have Both" segna un nuovo traguardo, affinando la narrazione e inscenando un film quasi completo fra dipendenza, accettazione, tradimento e un ritratto di giovani insicuri e coppie sul punto di scoppiare o di "aprirsi". Deliziosa la parentesi quasi sbarazzina di "Swallow Tattoo", che lascia il passo velocemente al primo singolo dell'album "Weekend Without Makeup", lamento disco-punk, malinconica, romantica e intagliata dalle chitarre sempre angolari di Dorian.
Il disco si chiude con i due brani apparentemente meno significativi, la riot-girl-like "Madame Ray" (tanto per non smentire le propensioni arty ) e "A Knife for the Girls", il brano dall'atmosfera più oscura, come se i Blondie avessero avuto Siouxsie al posto di Debbie Harry. Entambi hanno comunque fascino da vendere.

L'album, anche dopo ripetuti ascolti, non smette di ammaliare, sia per l'intelligenza, la prontezza e la scaltrezza pop, sia per la qualità della scrittura lirica e musicale, di levatura decisamente superiore nel panorama dell'indie-pop "tendente al mainstream" di casa in Gran Bretagna.
I Long Blondes sanno fino all'osso di successo, anche se cantano di delusioni, ricatti emotivi e frustrazioni sentimentali: non tanto il successo commerciale al quale (evidentemente) aspirano, ma soprattutto il successo di aver reinventato con personalità e occhio contemporaneo un drama-pop di caratura elevata. Erano anni che aspettavamo.

(17/01/2007)

  • Tracklist
  1. Lust In The Movies
  2. Once And Never Again
  3. Only Lovers Left Alive
  4. Giddy Stratospheres
  5. In The Company Of Women
  6. Heaven Help The New Girl
  7. Separated By Motorways
  8. You Could Have Both
  9. Swallow Tattoo
  10. Weekend Without Makeup
  11. Madame Ray
  12. A Knife For The Girls
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