C’è poco da fare: quando il post-rock si mette a fare la corte
allo space-rock finisco sempre per abboccare come un pesce all’amo di un suono
che, anche se nella maggior parte dei casi non si discosta più di tanto da un
certo standard, è pur sempre dannatamente foriero di ottime vibrazioni. Non mi
sorprendo, dunque, di questa buonissima prova degli americani Ostinato, attivi
fin dal 1997 e guidati dal basso di Jeremy Ramirez, dalla chitarra di David
Hennessy e dalla batteria di Matthew Clark.
“Chasing The Form” è un
disco che ci lavora con astuzia ai fianchi, trascinandoci lentamente dentro un
universo torbido e psichedelico, che si delinea con crescendo imponenti,
cesellati con la solita maestria di chi è abituato ad alzare gli occhi al cielo.
Nel suo sostenere melodie deflagrate da un etereo affastellarsi di suoni e
rumori, la band sperimenta incroci taglienti e visionari, come quello che,
attraverso i Mogwai, si sposta
verso i diluvi stellari dei Paik
(“Goal Of All Believers”), omaggiati, quest’ultimi, anche nella stratosferica
cavalcata di “Monkey Gestures”.
E’ un rock, insomma, in cui l‘impatto
“sinfonico” si dimostra perfettamente congeniale a misurarsi con quella pulsione
“dilatante” che davvero giunge a una forma immaginifica. Ed è per questo che,
come accade nell’epico serpente di “Antiaircraft”, la musica apre su dimensioni
parallele, con tanto di tromba “free”; oppure alterna pace e inquietudine,
terrore e rassegnazione, augurandosi di svanire dentro qualche galassia
sconosciuta (“The Art Of Vanishing”). Allo stesso modo, anche la voce finisce
per dileguarsi lungo strani labirinti di cosmo e declama, disperata, brandelli
di sensi incompiuti, tracce di terre lontanissime, nuances di colori
indistinguibili e bellissimi.
Sono queste, in fondo, latitudini di mondi
paralleli, evocati mediante sopraffine architetture sonore-soniche che, pur
nella loro tensione “classica”, sanno bene come toccarci nel profondo,
lasciandoci in balia di noi stessi, tra le rovine emozionali dei nostri
dormiveglia più convulsi e tormentati (“Latitude”). Che, poi, anche se in
compagnia, abbiamo pur sempre bisogno di ballate fatte apposta per camminare in
fila indiana (“Between The Years”), mentre, sullo sfondo, si aprono panorami che
sono solo il riflesso della nostra intimità (“Volant”). Splendore di una musica
che, diciamolo pure, se ne sta lì senza apparenti pretese, perché, dopotutto,
sai bene come andrà a finire. E, anche se e ai Nostri manca davvero poco per
mandarci completamente al tappeto, questo è comunque un disco che dovete
assolutamente avere.
18/05/2006