Pere Ubu

Why I Hate Women

2006 (Smog Veil) | avant-rock

Sono passati circa trent'anni e sembra ieri. Tutta la grandezza dei Pere Ubu è ormai stata ampiamente sottolineata su queste come su altre pagine, eppure l'uscita di un nuovo disco è sempre l'occasione giusta per lanciarsi in infiniti panegirici. Avendone decantato le lodi altrove, sarà però meglio concentrarsi sul presente; un presente vivo e palpitante, come sembra dimostrare "Why I Hate Women", quindicesimo disco in circa trent'anni di straordinaria carriera. Titolo bizzarro, penserà qualcuno. Molto più semplicemente, una novella che Jim Thompson non ebbe mai modo di scrivere.

Della formazione originaria, ormai già da tempo ci resta il solo David Thomas, pantagruelico crooner di un'era industriale estremamente post-. Per il resto, se si eccettua l'arrivo del chitarrista Keith Moliné, la formazione è la stessa che quattro anni or sono registrò l'accattivante "St. Arkansas": Robert Wheeler (sintetizzatori e theremin), Michele Temple (basso) e Steve Mehlman (batteria). Una formazione ormai affiatata e compatta nell'assecondare l'estro teatrale di Thomas, per un sound che, rispetto a quello del disco precedente, dimostra di volersi a tutti i costi più solidamente rock, anche se nell'uso, ancora una volta, surreale ed eccentrico di synth e theremin, lo stesso non nasconde le sue propensioni destabilizzanti. Nel solco dell'inarrivabile Allen Ravenstine, certo, da cui, comunque, Wheeler si discosta per una tensione quasi maniacale alla rifinitura.

"Estremamente ossessivo": così Thomas definisce il disco. Un'ossessività acuita anche dal suo narrare-cantando, in quello stile scrupoloso e dettagliato che rimanda proprio a Jim Thompson. Il funk scorrazzante e narcotico di "Two Girls (One Bar)" e la dissertazione abulica di "Babylonian Warehouses" ne sono, immediatamente, esempi lampanti. Le tenebre metropolitane avvolgono "Blue Velvet", ballata sinistra ed inafferrabile che se ne sta accovacciata, lì da qualche parte, tra l'astratta psichedelia di "The Art Of Walking" e le visioni diaboliche di "Dub Housing". Claustrofobia; e ossessione, senza dubbio. Mentre i sintetizzatori scagliano figure filiformi tutt'intorno, Mehlman stenta sulle pelli e Moliné cuce confini luminescenti. Prendere nota, please!, per futuri panegirici. Da questo girone infernale si torna esausti, eppure incapaci di non farsi prendere la mano dallo scalmanato punk di "Caroleen", sfasciato dalle deliranti filigrane del theremin (vedi anche la disincantata "Flames Over Nebraska") e degnamente assuefatto al verbo di certi Rocket From The Tombs.

Ma lì dove gli Ubu continuano a far valere tutte le loro ragioni e in quei lunghi psicodrammi come "Love Song", questa volta, però, impreziosito da febbrili punti di fuga che, nel romperne il tessuto narrativo, cercano, invano, di tradurne la dimensione onirica in jam liberatoria. Se in "Mona" siamo in pieno territorio di ballabile & grottesco, la vignetta aliena di "My Boyfriend's Back" prepara il terreno per un ennesimo tour de force psichico, "Stolen Cadillac", dove è un' ipnotica figura di basso a rappresentare il baricentro per le evoluzioni soniche di vintage-electronics . E' una musica altamente immaginifica, introspettiva al massimo grado. Forse non così debordante come una volta (leggermente "normalizzata", ma tant'è), ma sempre e comunque capace di tentare le nostre più oscure paure.

Oggi più che mai, appare sempre più chiaro che Pere Ubu è fondamentalmente un buco nero in cui il rock è costretto più volte a ritornare per dissolversi e rinascere, incapace di morire. Una compenetrazione mostruosa di tradizione e futurismo: questo il senso del tutto. E se la "Synth Farm" è una pulsione di morte in scorza goliardica, la "Texas Overture" finisce ulteriormente per consacrare, del rock, lo status di musica giovanile per eccellenza. Ovvero, luogo non-luogo di scariche adrenaliniche, tonfi emotivi, disastri esistenziale, devastanti impeti corporali e quant'altro una mente senza preconcetti ed avventurosa possa solo minimamente immaginare.

(25/09/2006)

  • Tracklist
  1. Two Girls (One Bar)
  2. Babylonian Worehouses
  3. Blue Velvet
  4. Caroleen
  5. Flames Over Nebraska
  6. Love Song
  7. Mona
  8. My Boyfriend's Back
  9. Stolen Cadillac
  10. Synth Farm
  11. Texas Overturea
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