Bishops

The Bishops

2008 (1234 Records/Novunque) | garage, beat

La posizione di un gruppo come i Bishops è in realtà piuttosto chiara e semplice: dopo il 1967 non è accaduto nulla di musicalmente rilevante. Una forma di oltranzismo estetico e concettuale che questo giovanissimo terzetto londinese (guidato dai gemelli Pete e Mike Bishops, rispettivamente basso e chitarra) porta alle estreme conseguenze, attraverso la realizzazione di un disco che sembra parlare una lingua antica che molti davano ormai per estinta.

Nel caso specifico, si parla soprattutto di beat, garage, psichedelia, rhythm’n’blues così come sono stati concepiti e divulgati da gruppi leggendari quali Small Faces, Tomorrow, Yardbirds, Pretty Things, Creation, Kaleidoscope, Blossom Toes (per chi ne volesse approfondire le vicende si raccomanda la lettura del poderoso "All'ombra di Sgt.Pepper" di Federico Ferrari, forse il massimo esperto italiano sull’argomento) per arrivare agli Animals, ai Kinks, ai Beatles (rigorosamente pre”Sgt. Pepper”) fino a Stones e Who. Un patrimonio inestimabile e spesso colpevolmente trascurato di band che un gruppo così giovane riesce a padroneggiare in modo sorprendentemente credibile, adottando un approccio colto, elegante e filologico, per quanto stilisticamente secchissimo ed essenziale, che decide di ripartire da dove l’incanto beat si era bruscamente interrotto.

Per un gruppo che non ha fatto della ricerca e dell’innovazione il baricentro del proprio lavoro, l’unico approccio possibile è quello rivolto alla qualità intrinseca delle canzoni. Si potrebbe allora iniziare notando come tutti i pezzi rimangano rigorosamente al di qua della soglia simbolica dei tre minuti, aprendosi in ritornelli e melodie di grande precisione e notevolissima perizia artigianale, che quasi sempre vengono plasmati con mano ferma in uno spazio esiguo di note e agili armonie (e non una che sia sprecata!). Ne escono fuori quattordici anagrammi in cui il terzetto si diverte a inventare nuove geometrie e combinazioni possibili tra chitarra, basso e batteria.

A spiccare sono soprattutto stomp e irresistibili marcette dal tono sognante come “The Only Place I Can Look Is Down”, “Will You Ever Come Back Again?” e “I Can’t Stand Anymore” (neanche due minuti, una lezione di sintesi ed efficacia), che è riuscita a guadagnarsi (a sorpresa) qualche timido passaggio televisivo in fascia oraria non protetta (ovvero prima di mezzanotte) sui principali canali musicali italiani. Finora la stampa inglese tra l’altro non si è occupata molto di questo gruppo, ma non è da escludere che i Bishops raggiungano molto presto una certa notorietà, considerato anche il fatto che ultimamente hanno aperto per James Blunt, loro insospettabile e grande fan (!?).

Per concludere: in un momento in cui più o meno tutti scrivono, per così dire, “in versi liberi” e piuttosto disinvoltamente, sorprende che un gruppo dell’ultimissima generazione avverta la necessità di risalire alla purezza e all’orginarietà delle forme “chiuse” della tradizione, proponendo una musica dalle metriche precise e dal respiro così calibrato, ma forse sorprende ancora di più che da questo ritorno e riscoperta del classico (e, in fin dei conti, dell’istituzionale), i Bishops abbiano saputo ricavare una vitalità e una gioia autentica del suonare, che rappresentano senza dubbio il valore aggiunto della loro ottima collezione di canzoni.

(12/02/2008)

  • Tracklist

1. Breakaway
2. The Only Palce I Can Look Is Down
3. So High
4. I Can't Stand Anymore
5. Higher Now
6. Carousel
7. Lies & Indictments/ Sun's Going Down
8. Menace About Town
9. Back And Forth
10. In The Night
11. Travelling Our Way Home
12. Life In A Hole
13. Say Hello
14. Will You Ever Come Back Again?

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