Merz

Moi Et Mon Camion

2008 (Grönland) | songwriter

Il ritorno di Conrad Lambert (aka Merz) era atteso quantomeno da chi negli ultimi tre anni aveva scoperto il suo precedente rigurgito, ovvero quel “Loveheart” che può essere considerato una delle massime espressioni della moderna canzone d’autore. Gioie e delizie al servizio di un modo di fare complesso, articolato, regale (anche se non sempre). E si sa, rimettere mano alla penna dopo aver ricevuto inaspettati riscontri, significa il più delle volte trovarsi al cospetto di fantasmi del passato, pronti ad allargare man mano i due buchi all’altezza degli occhi.
Ma questo nuovo “Moi et Mon Camion” sorprende per un motivo in particolare che non fa altro che confermare una vecchia impressione: dalle stelle è più semplice passare alle stelline, piuttosto che esagerare per provare a superarle. E allora ecco il Merz che, pure furbamente, semplifica tutti i suoi concetti e tira fuori un puro disco di cantautorato, dando ampio spazio alla chitarra e meno momenti al resto che conta (synth, harpsichord). Un ritorno alle origini del mondo, cauto e intelligente, così da ritornare un attimo sui propri passi e mettere su qualcosa di evidentemente più intimo.

Sia chiaro, però, che “Moi et Mon Camion” è palesemente un disco del 2008, lo si respira nell’aria che circonda la stanza mentre abbraccia suoni e giochi di marzo. Fuori piove, ma dentro aleggia la sua voce potente e sottile, quasi ad annunciare una forte contrapposizione tra risultato e forma. E’ Merz alle prese mentali con ciò che ha ascoltato nell’arco della sua vita (prog, Canterbury sound?) e con ciò per cui è più portato (folksinging, pop): fonde i concetti a vantaggio del secondo turno, ritagliandosi uno spazio inequivocabile nelle peculiarità che contano.
Mi dà l’impressione di non essere un sopravvissuto, ma di sapere bene cosa c’è intorno a sé e di “sfruttare” questa consapevolezza per creare un modaiolo quanto splendido effetto vintage. Effetto che Merz ricava dalla sua vita trascorsa in giro per il mondo col medesimo camion del titolo (si dice abbia amici sparsi in decine e decine di Paesi). Se a questo aggiungiamo che i genitori risiedono in pianta stabile in Mongolia, che la nonna è nata in Babilonia e che le sue giornate le trascorre a Bristol, capiamo facilmente i perché dei suoi influssi. La sua musica è anacronistica quanto contemporanea, lacrimante quanto epica e solare, scarna quanto ingarbugliata, ma l’unica verità risiede negli splendori delle linee melodiche.

Le canzoni, quelle fanno rabbrividire. “Presume Too Much” ha probabilmente il più bel refrain degli ultimi anni per chi fa dell’orecchio il proprio cervello, mentre la title track permette al suo camion di entrare dritto nella dark star del principio di “Loveheart”, così evocativa, curiosa, ambientale. “Malcolm” conta sull’aiuto di Paul Hartnoll degli Orbital per rendere jazzy delle atmosfere al solito molto rarefatte. “Call me”, con chitarra elettrica in riff e parole dal cuore adolescenziale (“Chiamami, so che quest’amore è appena cominciato…”), ha il vanto d’essere l’episodio più vicino ai paesaggi quotidiani, quasi come se si filmasse il camion al transito in città dopo chilometri di autostrada.

“Moi Et Mon Camion” è bijoutterie che i falsari pagherebbero oro, viste le similitudini coi preziosi. Per motivi diversi, è più o meno equiparabile al disco precedente, almeno per intensità d’esecuzione. La musica di Merz continua a essere morbida e zingaresca, un po’ indefinita, un po’ stracciavene, un bel po’ inserita in quest’era di collisioni intellettuali. Conrad Lambert prende il manuale del cantautore e lo regala a se stesso con una dedica che invita a non leggerlo del tutto, anche perché nelle sue corde c’è un pizzico di sana cafonaggine che rende pratica e soavemente penetrante un’indole intellettuale.

Nell’epoca della frenesia Merz ferma il globo con una serie di istantanee scattate durante il suo fantomatico viaggio, fa l’hippie ultramoderno in una maniera molto più celata e sobria di un Devendra Banhart, adegua le proprie fattezze esistenziali a procedimenti tutto sommato comprensibili. Mantiene la sua arte sospesa tra acqua dolce e salata, quasi come se non riuscisse a trovare (o volere) un vero habitat. E allora scimmiotta persino Paul McCartney in “Lucky Adam”, giusto per non dimenticare che, tra le altre cose, la matrice del pop ricade nel solito decennio; o gonfia di elettronica un pezzo come “Shun (Sad Eyed Days)” e lo accelera a mo’ di ritmi funk.
Lo sfondo comune è pur sempre di una raggelante evocazione, tant’è che il sogno prende tra le braccia una matita e conferisce una sagoma a cose completamente eteree tipo i fraseggi di “Cover Me”, gli orizzonti perduti di “No Bells Left To Chime”, la poesia di “The First & Last Waltz”, una sorta di commiato dato al giorno piuttosto che alla vita, uno sconcertante e struggente rientro a casa dopo aver visto e lavorato, tra un fuoco acceso per riscaldarsi e una chitarra classica che scandisce l’incedere della notte.

Merz non è un alieno in questo panorama, basterebbe soltanto accorgersi di lui.

(31/03/2008)

  • Tracklist
  1. Moi et Mon Camion (The Eviction Song)
  2. Call Me
  3. Shun
  4. Malcolm
  5. Silver Moon Ladders
  6. Presume Too Much
  7. Lucky Adam
  8. Cover Me
  9. No Bells Left To Chime
  10. The First & Last Waltz
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