Pattern is movement: lo schema è movimento. Nomen omen, per un gruppo che ha fatto di sovrapposizioni, incastri ritmici e ripetizioni il cardine della sua raffinata formula pop.
Ridotta a un duo – i barbuti Andrew Thiboldeaux e Chris Ward – la band prosegue il cammino dell’esordio “The (Im)possibility Of Longing” (2004) e del successivo “Stowaway” (2005), album che sposavano la sospensione estatica di Robert Wyatt e Moondog a una passione sfrenata per disparità metriche e poliritmi di stampo math.
Da sempre privi di basso, con la riduzione di organico i due abbandonano anche le chitarre, in favore di glosckenspiel e tastiere simil-cameristiche. Operazione rischiosa, che sposta l’asse del loro miracoloso equilibrio tra cerebrale, intimista e posticcio. In direzione – purtroppo – del posticcio.
Brani come “Trolley Friend”, “Sound Of Your Voice” riflettono ancora il gusto per intarsi e stratificazioni, ma con meno enfasi ritmica del consueto: l’attenzione è passata soprattutto all’aspetto melodico e atmosferico della musica. Ed è proprio nelle canzoni più centrate sulla voce che i nodi vengono al pettine: tra echi di Radiohead e tardi XTC, “Right Away”, “Sylvia”, “Tragedy”, “Elephant” rivelano una vena melodica elegante, ma priva di mordente.
Non mancano i momenti riusciti, ma appunto di momenti o singoli elementi si tratta. “Bird” combina un esuberante botta-e-risposta vocale a batteria post-punk in levare, ma scade nei bridge, inutilmente posati. “Sound Of Your Voice” esordisce come un apocrifo dei Cheer-Accident (batteria convulsa, trombe compatte e dilanianti) per poi disperdersi in soffusioni e delicatezze varie, che spezzano l’andamento della composizione e riducono di molto grinta e immediatezza.
Il disco “cresce” con gli ascolti, ma resta la senzazione irritante di un lavoro volutamente debole sul piano ritmico e melodico. Come se quietare la batteria ed evitare l’orecchiabilità ponesse automaticamente su un livello artistico superiore…
14/06/2008