Pete Molinari

A Virtual Landslide

2008 (Damaged Goods) | pre-war folk, songwriter

- I miei hanno avuto nove figli. In casa ci pioveva dentro e il terreno intorno non era più grande d’un campo da baseball. Così ho deciso che potevo cavarmela da solo, anche per dare agli altri, alle mie sorelle, più possibilità. -

- Nessun fratello? -

- Uno, fino a undici anni. Ma ha beccato qualcosa ed è morto. Polio, credo -

- Alcune di quelle sorelle dovevano essere più grandi di te, giusto? -

- Già. Ma non hanno l’avventura nel sangue come ce l’ho io -

- Cristo, ragazzo, persino quell’affare che porti a tracolla sembra più grande di te -

- Vede, io non ho altro che questi vestiti e questo berretto. Le scarpe hanno la suola bucata. Ma finché avrò la mia chitarra, avrò sempre un posto dove andare -

- Sei un musicista, figliolo? -

- Si, signore. Il migliore che si sia mai sentito, dalla California all’isola di New York. Il mio sogno è suonare alla radio, sa quella stazione? WMS Grand Ole Opry., loro pagano bene. Ma prima devo incidere un disco. Voglio conoscere tutti i più grandi: Jimmie Rodgers, Gene Autry, Leadbelly, la Carter Family… -

- Figliolo, ma lo sai in che anno siamo? -

- Ma è ovvio, signore, nel 1934! -

Questo, grossomodo, l' immaginario proemio, tipo “I’m Not There” de’ noantri, al viaggio “eneico” intrapreso da Pete Molinari per ricongiungersi con la sua patria ideale. Dai prati erbosi e irrorati di pioggia del Kent ai vagoni merci sbrecciati e inondati di polvere nel mid-west degli Stati Uniti. Lui è come te lo immagini: piccolo e scuro, il viso e i capelli che ne tradiscono l’origine italo-egizia-maltese, un cappello di velluto a coste e una giacca a quadretti fini, un vero folksinger degli anni 30, insomma. Uno che a dispetto dei suoi 22 anni sembra aver deciso di ignorare recisamente quel cavo dell’alimentazione rimasto a penzoloni sul palco di Newport, il punk delle campagne almeno quanto i sincretismi dell’era elettronica. Neanche a parlarne.

Il suo è un immaginario dell’apres, del prima, di quando Dylan era solo un ragazzino dalla fervida immaginazione che ascoltava 78 giri seduto sul letto in camera sua, a Duluth, nel Minnesota, quando nel Village circolavano ancora le copie ciclostilate del “Voice” di Norman Mailer, quando il cervello di Woody Guthrie non sapeva di essere divorato dalla “Corea”, quando di Hank Williams ce n’era uno soltanto. Questa è la rosa dei venti musicali che spirano in “A Virtual Landslide”: a volte suona come un incrocio fra il primo Bob Dylan e John Denver (il valzer da festa del raccolto di “Dear Angelina”, “Sweet Louise”, cui dona oltremodo l’avverbio “absolutely”, l’elegiaca “Look What I Made Out Of My Head”), altre come un Hank Williams che sgranocchia pesche noci anziché antidolorifici (“Oh So Lonesome For You”, “God Damn Lonesome Blues”, l’aggettivo “lonesome”, non a caso, c’è e si sente, “Hallelujia Blues”); qua sembra un Leadbelly con le paturnie di Neil Young (“A Virtual Landslide”), là un Woody Guthrie sciolto nell’ugola trasognata e fiabesca di Donovan (la marchin’song “Lest We Forget”); mentre il rock’a’billy di “I Came Out Of The Wilderness” e “Adelaine” sembrerebbe perfetto per il “Cosmo”, il locale di East St. Louis dove Chuck Berry intratteneva un pubblico entusiasta di neri suonando musica “bianca”.

Tre quarti d’ora di canzoni splendide per il piccolo “hobo” che si cela dentro ognuno di noi. L’avesse inciso, davvero, negli anni Cinquanta sarebbe un disco da 9.

(04/07/2008)

  • Tracklist
  1. I Came Out Of The Wilderness
  2. Oh So Lonesome For You
  3. Adelaine
  4. One Stolen Moments
  5. There She Stills Remains
  6. Halleluja Blues
  7. Look What I Made Out Of My Head Ma
  8. God Damn Lonesome Blues
  9. I Don't Like The Man I Am
  10. Sweet Louise
  11. Dear Angelina
  12. Lest We Forget
  13. A Virtual Landslide (bonus track)
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