Tupolev

Memory Of Björn Bolssen

2008 (Valeot Records) | post-rock

I Tupolev sono una misconosciuta formazione austriaca, originaria di Vienna, che nel 2008, dopo un Ep intitolato semplicemente “Tupolev”, dà alle stampe la sua prima opera sulla lunga distanza, pubblicata per l'etichetta Valeot Records: “Memory of Björn Bolssen”.
La band, che supportò i Port-royal nel loro fortunato tour italiano dell'anno passato, è composta da quattro membri: Peter Holy al pianoforte, Alexandr Vatagin al basso e al violoncello, Lukas Scholler alle tastiere e David Schweighart, al contempo chitarrista e batterista.
I Tupolev amano descriversi come un gruppo le cui note ricalcano quelle del folk d'avanguardia con influenze dalla Twelve Tone Music e dal post-hardcore.

L'opera prima, nella sua breve durata – trentacinque minuti per nove brani - assume caratteristiche piuttosto particolari, esemplificative di un certo modo di intendere il post-rock, in verità tanto atipico da risultare decisamente fuori da ogni schema. Tutto il disco si gioca sul filo sottile del minimalismo, che permea ogni singola nota. Chi pensa a digressioni noise o climax emotivi, sappia subito che qui non ne troverà la minima traccia. I Tupolev riescono a combinare con sapienza la deriva più minimalista del post-rock con umori tipicamente mitteleuropei. Ed è proprio in questo aspetto che risiede la loro originalità. Esemplare, in tal senso, la terza traccia, “Garlic”: lievissimi accenni di chitarra che si innestano su una base dal fluire lentissimo, in una tensione cinematica che, senza sfociare, aumenta lentamente, sorretta anche dall'aggiunta di un violoncello, e che si lascia andare sommessa verso una fine mesta.

Vero picco dell'album, “Garlic” si attesta su un piano non molto lontano da quello dei Dirty Three più meditativi. E se “Mohavedi”, nel suo incedere romantico, si lascia condurre da un grigio pianoforte, l'austero minimalismo di “A Scale Of Gaps” ci riporta alla memoria le pagine di "Madame Bovary" in un andamento che fluttua tra classicismo e decadenza.
Infine, "Reasat" si muove tra i suoni vuoti dell'incedere di una batteria in odor di math-rock e dissonanze a colpi di pianoforte e glitch.

La sensazione generale è quella di un disco originale e ricercato, ma non pienamente riuscito. Un album per certi versi affascinante, che conosce tuttavia la suo dark-side nell'eccessiva uniformità delle tracce, la quale, a lungo andare, potrebbe denotare mancanza di idee.
Una sufficienza per un gruppo le cui potenzialità sembrano però più elevate. A loro ora il compito di dimostrarlo.

(22/08/2008)



  • Tracklist
  1. 8.73
  2. Reaset
  3. Garlic 07
  4. Rnd2
  5. Movahedi
  6. Short remainder
  7. A scale of gaps
  8. Nothing's Gonna Happen
  9. Fin
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