TUPOLEV - Towers Of Sparks

2011 (Valeot)
avant-garde, post-classical

Conosciuti

in Italia soprattutto in virtù della partecipazione del loro

bassista-violoncellista Alexandr Vatagin alle esibizioni dal vivo dei

port-royal, i viennesi Tupolev approdano al secondo album, affinando la loro

formula in bilico tra neclassicismo e segmentazioni che denotano uno spiccato

spirito “post-“.

Nei quasi tre anni

che separano il debutto “Memory of Björn Bolssen” dal conciso (ventotto minuti)

seguito di “Towers Of Sparks”, i quattro componenti della band si sono

cimentati in svariati altri progetti collaterali, tra i quali una citazione la

meritano quanto meno Slon e Protestant Work Ethic; tornati all’ovile della loro

ispirazione primigenia di orchestrina jazz-contemporanea, hanno rifuso nel

nuovo disco esperienze e sensibilità maturate nel corso degli anni e volte a un

deciso affrancamento da quei cliché ai quali rischia sempre di andare incontro

un quartetto composto da pianoforte, batteria, basso o violoncello ed

elettronica.

Non siamo,

difatti, né in territori di avanguardismo accademico, ma nemmeno di classica

contemporanea; piuttosto, in “Towers Of Sparks” i Tupolev mostrano di saper

dosare tecnica e immediatezza, romanticismo e tendenze decostruzioniste, in

otto composizioni astratte ma sufficientemente espressive, nelle quali morbide

note pianistiche si bilanciano con ritmiche jazzy e saturazioni

elettroniche si sposano con il movimento solenne degli archi di Vatagin.

Quasi inevitabile

pensare alle notturne partiture cameristiche rachelsiane e alle più nervose

linee dei 33.3; sullo sfondo, resta un classicismo alla Penguin Café Orchestra,

tuttavia frammentato da una batteria asciutta, le cui cadenze costituiscono il

principale elemento di raccordo con esperienze come quelle dei Karate e con

quell’estetica “post-” convogliata sul versante jazz da un continuo

avvicendamento di intarsi eleganti e notturni. Non è un caso che l’album sia

stato volutamente masterizzato a un volume basso, così da renderlo adatto ad

atmosfere soffuse e raccolte, nelle quali lasciarsi andare al flusso dei

ricordi senza tuttavia essere sopraffatti da emozioni troppo forti. Tutto è

sfumato e, in apparenza, asettico lungo gli otto brani di “Towers Of Sparks”,

che cedono (positivamente) a un qualche coinvolgimento soltanto in presenza di

screziature elettroniche oppure laddove sono le armonizzazioni a prendere il

sopravvento.

Così, pianoforte e

crepitii incorniciano la fluidità armonica di “Towers Of Sparks 3”, mentre il

violoncello di Vatagin sa farsi romantico, sposando la densa ambience di

“Towers Of Sparks 1”, e dolente nell’intensa “Petroleum”, fino al progressivo

diradamento di tempi nel quale sfocia la conclusiva “Juno”.

La durata

contenuta del lavoro rappresenta un valido antidoto alla sua sostanziale

piattezza, determinata non tanto dalla ripetitività di soluzioni quanto

piuttosto dall’uniformità di atmosfere che peccano di carattere nella stessa

misura in cui ricercano una compassata raffinatezza. L’effetto complessivo è,

comunque, gradevole e, seppure difficilmente susciterà un grande

coinvolgimento, il disco si presta quanto meno a essere assaporato insieme a un

buon vino corposo, in una solitaria serata d’inverno nella quale lasciar viaggiare

lontano pensieri lucidamente annebbiati.

 

03/02/2011

Tracklist

  1. 1. Normal
  2. 2. 14
  3. 3. Lts
  4. 4. Pole
  5. 5. Towers Of
  6. 6. Sparks 1
  7. 7. Towers Of
  8. 8. Sparks 2
  9. 9. Towers Of
  10. 10. Sparks 3
  11. 11. Petroleum
  12. 12. Scattered
  13. 13. Juno

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