Ryan Bingham

Roadhouse Sun

2009 (Lost Highway/ HumpHead) | country-rock

Come può suonare il disco di un texano che ha passato metà della sua vita a zonzo tra cittadine impolverate e rodei, che imparato a suonare la chitarra da un mariachi e che è stato prodotto dall’ex-Black Crowes Marc Ford? Semplice, suona come "Roadhouse Sun" di Ryan Bingham.
Il cantautore texano è giunto alla sua seconda prova discografica, in verità in precedenza c’erano stati altri tre dischi, ma, essendo autoprodotti, sono rimasti tra le pieghe della sterminata discografia fai da te americana.
La musica di Bingham è una sorta di country di frontiera, impolverata e sanguigna, l’immaginario che evoca potrebbe correre il rischio di sembrare macchiettistico, se non fosse per il fatto che i temi cantati da questo ragazzo fanno parte di una buona fetta della sua vita, passata tra zingarate per cittadine di provincia, notti sui retro dei camion e strimpellate nel saloon di suo zio.

Dall’autoprodotto "Wishbone Saloon" del 2003 passando per "Mescalito" del 2007, sino a questo "Roadhouse Sun", la crescita è evidente.
Bingham, con il passare del tempo, sta lentamente mollando il country più tradizionale, a base di chitarre spazzolate e violini, per arrivare a una musica di più ampio respiro, con tratti marcatamente sudisti, ma ad ogni modo abbastanza convincente e diretta da poter essere esportata all’infuori del sud americano. Il tutto cantato con una voce roca e navigata che non tradisce i suoi ventotto anni.
Anche in questo lavoro, tornano le lap steel, le resofoniche con slide annesso, qualche violino, ma emergono anche trame più aperte, come su "Dylan's Hard Rain", e convincenti momenti da cantautore ("Snake Eyes"), sino alle atmosfere più southern di "Bluebird".

Certo, brani come "Roadhouse Blues" faranno giusto sorridere gli ascoltatori lontani dalle atmosfere da balera, ma la conclusiva "Wishing Well" lascia sulla bocca il buon sapore di un disco goduto e convincente.
I paragoni che saltano in mente sono lo Steve Earle più torrido o un Ry Cooder che incontra Springsteen in una pompa di benzina sulla strada per San Antonio.

Forse un leggero passo indietro rispetto al precedente "Mescalito", che aveva il pregio di essere più fresco e di usare gli stivali impolverati e il capello calato sul volto in copertina, come pretesto per esternare le esperienze accumulate sino ad allora. Ma, si sa, il secondo disco è sempre il più difficile.

(30/07/2009)

  • Tracklist
1. Day Is Done
2. Dylan's Hard Rain
3. Tell My Mother I Miss Her So
4. Country Roads
5. Bluebird
6. Snake Eyes
7. Endless Ways
8. Change Is
9. Rollin' Highway Blues
10.
Hey Hey Hurray
11. Roadhouse Blues
12. Wishing Well
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