Ecco un giovanissimo gruppo con delle ottime potenzialità. Vengono da Ferrara, anche se nessuno di loro è nato lì, e nel loro organico spicca la presenza di due gemelli (al basso e alla chitarra) e di un cantante di origine greca. Il nome della band a quanto pare deriva dalle circostanze del suo primo concerto: allora si chiamavano “The Add” e avevano appena cominciato a suonare, poi iniziò a piovere e il concerto venne sospeso. Assemblato in un contesto casalingo con mac-book alla mano, il loro demo parla tuttavia il linguaggio di spazi aperti e di altissimi cieli notturni rischiarati dal baluginio tenue di stelle lontane. I riferimenti fanno segno verso direzioni diverse, dai Radiohead di “Ok Computer” agli U2 di “The Joshua Tree”, passando per Elbow, Doves, i Coldplay dei primi due album, fino a sfiorare le atmosfere dilatate dei Pale Saints e l’introspezione mistica di Gravenhurst.
Considerata l’età media del gruppo, il poco tempo trascorso dalla sua formazione (hanno iniziato a suonare assieme nel 2008) e la disponibilità non certo faraonica di strumenti di registrazione, i risultati sono notevoli, a tratti persino sorprendenti. Questi Dropeners possono infatti vantare uno stile di scrittura già piuttosto “adulto”, quasi mai scontato, ma soprattutto una grazia che sa rivestire le intuizioni melodiche con una sostanza emotiva calda e avvolgente. Tra le canzoni più a fuoco segnaliamo “Easy Way”, “Need Of Balance”, “I Can” e “For Me”, ma qua e là anche nei restanti pezzi fanno capolino begli scorci strumentali e una generale abilità descrittiva che permette al gruppo di esplorare paesaggi sonori dotati di una tridimensionalità spesso anche complessa. Forse alcuni passaggi andrebbero snelliti, così come una certa intonazione lirica andrebbe smussata, ma a parte questo il discorso della band tiene bene, sorretto da una tensione ispirativa sempre palpabile. A questo punto non resta che incrociare le dita.