Sky Larkin

The Golden Spike

2009 (Wichita) | alt-rock

Non deve fuorviare il nome di questo giovane quartetto di Leeds. La musica degli Sky Larkin non viene dalla new wave stralunata e sottilmente cerebrale degli Xtc (che nel 1986 pubblicarono il loro capolavoro dal quasi identico nome). Un’indicazione più precisa viene fornita dal luogo in cui il loro disco di esordio è stato registrato (Seattle) e dal nome che ne ha curato la produzione, John Goodmanson, già al lavoro su importanti dischi di Sleater-Kinney, Nada Surf, Los Campesinos!, Dead Cab For Cutie, Bikini Kill e numerosi altri. “The Golden Spike” si offre così all’ascolto esattamente per quello che è, un disco di schietto indie-rock americano registrato in America da un gruppo inglese. Il fulcro dei brani è la vocalità calda e logorroica della frangiuta cantante Katie, che nella timbrica ricorda a tratti la celebrata eroina indie Feist, forse con meno velluto soul e più fosforo (post)punk. Tutto intorno corrono le rapide costruzioni delle chitarre che spesso e volentieri amano colorarsi di sbiadite tinte pavimentiane, ma nel complesso il gruppo suona come un apostrofo sghembo fra i Grandaddy e certi gruppi a conduzione femminile dell’Inghilterra più ombrosa degli anni Ottanta (Shop Assistants, Vaselines, Talulah Gosh, fino a i più vicini Huggy Bear o Comet Gain).

Ad essere onesti, non ci sono singoli pezzi capaci di emergere e imporsi sull’insieme. L’ascolto risulta così godibile nella sua pastosità complessiva. La voce della cantante parla a ripetizione, sagomando interminabili monologhi che somigliano a pagine smangiucchiate di un diario segreto dell’adolescenza, mentre il comparto delle chitarre ricama una mobilissima cornice elettrica dagli umori lunatici e scattosi con cui rilegare il tutto prima che esso voli via, trasportato dal peso insostenibile della sua leggerezza.
Si possono così tastare canzoni dagli spigoli più taglienti (“Geography”, l’iniziale “Fossil Eye”), alternate a movimenti dall’articolazione più complicata (come, ad esempio, la dilatata “Matador”). Quello di cui forse si avverte la mancanza (quando non la nostalgia) è una struttura più definita, che sappia risolvere in una sintesi “cantabile” il flusso magmatico di impressioni, ricordi, paure, amori che la penna del gruppo rigurgita sulla pagina bianca della musica direttamente dal proprio cuore vivo e sussultante.
Capita così di apprezzare lo sfrangiarsi di un giro di chitarra o lo melodia piacevolmente scarmigliata di una strofa, senza però che la scrittura riesca a costruirvi intorno la solida armatura della canzone compiuta. Talvolta la cosa riesce e così “Antibodies” funziona alla grande, così come il singolo “Beeline” o anche, volendo, “One Of Two” e “Sommersault”, con quel suo balconcino di adorabili tastierine di isteria fiorita.

Ancora piuttosto acerbi (per qualcuno sarà una qualità apprezzabile, ad ogni modo), e con in testa un’idea sostanzialmente confusa e felice del tipo di vibrazione stilistica che stanno inseguendo, gli Sky Larkin appaiono per ora immersi fino al collo in un immaginario fieramente indie, da cui ereditano però tutti i pregi e gli inevitabili difetti. Per il momento, la loro proposta tende a rimanere troppo schiacciata su una medietà in bilico tra Breeders, Gossip e Sleater -Kinney, eppure si intravede una determinazione che potrebbe in futuro riscattarli dal cono d’ombra di volenteroso anonimato in cui attualmente rimangono troppo spesso impigliati.

(01/03/2009)

  • Tracklist
  1. Fossil,
  2. Pica
  3. Molten
  4. Antibodies
  5. Octopus
  6. Somersault
  7. Beeline
  8. One of Two
  9. Matador
  10. Geography
  11. Summit
  12. Keepsakes

 

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