Il titolo (“Undici Pezzi Facili”) di questo lavoro del torinese Paolo Spaccamonti potrebbe, a ragione, essere considerato come un vero e proprio manifesto programmatico.
Con un piglio cameristico, questi strumentali post-rock sembrano colonne sonore di film immaginari, cartoline musicate di un mondo tutto interiore, piccoli affreschi di un’anima inquieta. “Facili”, però: come a dire che, gira e rigira, la musica non riesce a muoversi oltre il solco di un docile, pur se apprezzabile, artigianato.
Forse ci sarà anche del talento nel Nostro, ma, al momento, tutto quello che si rivela è, al massimo, una discreta capacità di descrivere, con i suoni, determinati stati d’animo. Indicativo, per dire, lo slow-core “tronico” di “Camicia gialla, cravatta nera”: suoni miscelati con cura su una tavolozza soffice, in cui le prospettive tendono a confondersi, portando altrove i desideri e le speranze, magari tra le sommesse panoramiche di frontiera della prima delle tre parti di “Fine della fiera”, indolenzita da un dolore inafferrabile (“Pt. II”) e risolta, peccato!, in un vortice di sbadigli (“Pt. III”).
Fatta eccezione per l’elettricità in fibrillazione e le atmosfere noir di “Drones”, il tex-mex cerebrale di “Spy Movie” e le avvolgenti partiture (Tarwater?) di “Vertigo”, questo è un disco profondamente malinconico, come dimostrano le ipotesi cameristiche, in connubio con sprazzi chitarristi Floyd-iani, di “Tex”, il cerchio meditabondo di “Minus”, il minimalismo finemente cesellato – via Slint – di “Soli tutti” e le dolentissime partiture di “Lamento”, tutta sbilanciata sul versante Dirty Three.
Conoscerà, insomma, anche i suoi modelli; saprà anche investigarne a dovere determinate tensioni strutturali… ma, a nostro avviso, Spaccamonti deve lavorare ancora molto se non vuole accontentarsi di vivere di riflessi altrui…
28/07/2009
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