Il gioco delle derivazioni musicali l’ho sempre trovato molto divertente: ascoltare un disco e trovare tutte le possibili affinità con altri artisti, mettendoci magari quel pizzico di malignità che può portare ad accostamenti in grado di oltrepassare le intenzioni degli autori.
“Welcome To The Night Sky”, terzo album dei canadesi Wintersleep, è il primo disco che ho seriamente apprezzato in questo scorcio di inizio 2009.
A onor del vero il cd è stato pubblicato in patria un paio di anni fa, e ha riscosso anche un discreto successo, ma soltanto ora (incredibile nell’era del peer to peer) giunge all’attenzione di noi europei.
Un lavoro assolutamente derivativo, ma che riesce perfettamente nell’intento di far trasparire una personalità e una capacità di incrociare influenze diverse fuori dal comune.
Basti l’ascolto di “Drunk On Alluminium” e “Search Party”, così tremendamente vicine agli Editors di “An End Has A Start” (o agli Interpol di “Antics”, scegliete da soli l’opzione per voi meno sconvolgente), mentre in “Archaeologists” risultano evidenti i richiami all’indie-pop degli Snow Patrol epoca “Final Straw”.
“Weight Ghost” potrebbe essere un outtake del Neil Young più festaiolo, “Astronaut” non avrebbe affatto sfigurato nell’ultimo Rem, il ritornello di “Oblivion” è degno dei Pearl Jam più maturi e “Laser Beams” avremmo pagato per trovarla sul prossimo disco dei National.
“Welcome To The Night Sky” è un susseguirsi di perfetti affreschi impegnati da classifica (la ballatona ipercristallina “Dead Letter & The Infinite Yes” rasenta la perfezione) e tentazioni sperimentali (buono l’approccio di “Murderer”, in pratica tre canzoni fuse in una sola) che sfociano nel post-rock molto Mogwai di “Miasmal Smoke & The Yellow Bellied Freaks”.
Non per niente il produttore Tony Doogan ha precedenti in consolle al fianco di Belle & Sebastian, Delgados, Teenage Fanclub, Mountain Goats, Telstar Ponies e proprio Mogwai, quindi tutto torna.
Poco aggiungono le due bonus-track (“The Kids Are Ultra Violent” e “Early In The Morning”) presenti nell’edizione inglese.
Fra slow-core e guitar-pop, i cinque canadesi raggiungono l’obiettivo di coniugare qualità e fruibilità.
Del resto arrivano da una terra che negli ultimi anni si è imposta come una fucina di nuovi talenti musicali. E per l’ennesima volta è un gran bel sentire.