Morning Benders

Big Echo

2010 (Rough Trade) | alt-pop-rock

"Big Echo": mai titolo poteva essere più profetico della risonanza che l'album al quale è stato imposto avrebbe avuto ancor prima della sua stessa pubblicazione. In effetti, nel giro di appena due anni, gli orizzonti del quartetto californiano guidato dai fratelli Christopher e Jonathan Chu sono profondamente mutati, da quelli di una band della Bay Area tra le tante a nuovo fenomeno dell'indie-rock mondiale.

 

La scintilla di questa trasformazione è scoccata nel periodo immediatamente successivo al loro debutto datato 2008, "Talking Through Tin Cans" (una collezione di canzoni indie-folk-rock passata in verità abbastanza in sordina), nel corso del quale hanno intessuto rapporti con musicisti ben in vista della scena indipendente, quali John Vanderslice, Chris Owens dei Girls e Chris Taylor dei Grizzly Bear. Proprio quest'ultimo è il principale artefice della svolta artistica e della repentina crescita di visibilità della band californiana, adesso accompagnata dall'impegnativa etichetta di possibile rivelazione indie dell'annata.

In effetti, in "Big Echo" The Morning Benders mostrano di avere tutte le carte in regola per incontrare i consensi ormai abbastanza prevedibili dei tanti seguaci di quel pop-rock mid-stream che nell'ultimo decennio ha meritatamente ampliato le audience di band quali Shins, Arcade Fire e Grizzly Bear a livelli paragonabili addirittura a quelli delle più celebrate stelle del mainstream.

 

Al medesimo immaginario sonoro aderiscono esplicitamente The Morning Benders nei dieci brani di questo lavoro, rimescolando recenti formule di successo e qualche ricercata rielaborazione del pop sixties. Inevitabili sono le parentele con i Grizzly Bear, dei quali ricorrono qui le ritmiche effervescenti e il ricco bouquet di toni e colori, sfociante in movimenti armonici circolari e arrangiamenti pomposi ma sempre di ampio respiro. Tuttavia, sotto la superficie di talune simmetrie sin troppo smaccate (le nervose linee di basso di "Promises" e l'intero svolgersi di "Stitches", quasi una mancata outtake da "Veckatimest"), la band californiana dimostra di non limitarsi a una piatta emulazione di quella guidata da Edward Droste. Nel corso di "Big Echo" affiorano infatti lievi melodie balneari che mirano ad aggiornare i Beach Boys al gusto attuale (nell'ottima "Excuses"), trasognati residui emo-core alla Death Cab For Cutie e solitarie avventure in complesse strutture da classic-rock ovvero in melodie morbide e di pronto impatto.

 

È proprio in questi ultimi episodi (ad esempio "Cold War (Nice Clean Fight)" e "Sleepin In"), che The Morning Benders riescono a dissolvere in maniera convincente l'elevata tensione che contrassegna buona parte del lavoro. E, accanto all'iniziale "Excuses", si tratta anche dei brani dai quali emerge una discreta personalità e capacità melodica, altrove parzialmente soffocata da soluzioni sovrabbondanti nelle strutture e negli arrangiamenti.

Le fanfare riservate a questo lavoro possono dunque ritenersi giustificate soltanto in parte, poiché la band denota  capacità e spunti rielaborativi discreti, ma deve senz'altro ancora acquisire la capacità di scrittura delle canzoni e la personalità necessarie per affrancarla da aderenze stilistiche troppo esplicite e invasive.

 

(19/04/2010)

  • Tracklist
  1. Excuses
  2. Promises
  3. Wet Cement
  4. Cold War (Nice Clean Fight)
  5. Pleasure Sighs
  6. Hand Me Downs
  7. Mason Jar
  8. All Day Day Light
  9. Stitches
  10. Sleepin In
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