Ra Ra Riot - The Orchard

2010 (Barsuk / V2)
alt-pop

Il “frutteto”, immagine di vita e di morte in più di una civiltà, è un luogo che collega l’esuberanza vitale della giovane età a un non troppo remoto suggerimento di decadenza. Fin dalla hit d’esordio di “Dying Is Fine” (“Death, oh, baby/ You know that dying is fine but maybe/ I wouldn’t like death if death were good/ Not even if death were good”), i Ra Ra Riot rimangono una band che combina una naturale spensieratezza a una tangibile vena morrisseyana – una riflessione forse incominciata quando, nel 2007, il corpo dell’allora batterista della band, John Ryan Pike, venne ritrovato in una baia del Massachussetts.
Una ricetta collaudata, questa, in cui il gruppo di Syracuse riesce però con convincente spontaneità, miscelando falsetti uptempo alla presenza fissa di un violino e di un violoncello, a volte perfino quasi soli (come nella title track) ad accompagnare il canto appassionato – ma mai sopra le righe – di Wes Miles.

Quello che manca a “The Orchard”, così come al precedente “The Rhumb Line”, è la canzone immediatamente riconoscibile, il pezzo da canticchiare sotto la doccia. Purtroppo la mancanza di incisività è un difetto non trascurabile in una band pop, che non viene superata nemmeno dalla presenza al missaggio di Chris Walla, chitarrista dei Death Cab For Cutie, e – per un solo brano – di Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend. I nostri due penny, senza grande fantasia, vanno su “Massachussetts”.
Eppure, “The Orchard” rimane un disco godibile dall’inizio dalla fine, che la band conduce all’attracco senza scossoni. Ci sono gli a-ha modernizzati dei singoli a venire di “Boy” e “Too Dramatic”, con le folate danzerecce affidate non ai sintetizzatori (che poi, però, fanno capolino) ma agli archi, riportando ai canoni di “eleganza anche nel divertimento” dei Kings Of Convenience (“Shadowcasting”).

Così, il quadretto di festicciola universitaria del New England, in qualche modo, resiste anche all’inconcludenza di pezzi come “Foolish”. C’è tempo anche per la parentesi al femminile di “You And I Know”, ombrosa ballata al sintetizzatore che ricorda la Kate Bush di “Hounds Of Love”, interessante stratagemma per spezzare il ritmo in un disco in cui le idee non sono proprio affollate.
Arriva al fotofinish poi quello che è, con tutta probabilità, il pezzo migliore, un’inaspettata “Do You Remember”, che porta un po’ di respiro melodico e un fresco romanticismo á-la Jens Lekman. Quello che serve a tenere a galla un lavoro spesso ripetitivo, in cui il gruppo pare perdere in fretta la creatività per mantenere solidale e proficuo il rapporto tra gli archi e gli strumenti più ordinari.

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