Rumer

Seasons Of My Soul

2010 (Atlantic) | sophisticated pop

Non aprirò questa recensione parlando delle ottime qualità vocali di Rumer (ovvero Sarah Joyce); il mondo è pieno di talenti e di talent show, la possibilità di incrociare una cantante dotata e brillante è sempre maggiore, la mobilitazione delle major coinvolge autori e musicisti che nel tentativo di vestire al meglio il talento snaturano quel poco di passione che resta.
Non è quello che avviene nell'esordio di Rumer. Nata in Pakistan, la giovane si trasferisce nell'Hampshire, innamorandosi della musica folk e soul e coltivando uno stile vocale dai contorni classici, con echi di Laura Nyro o di Karen Carpenter e toni country che non possono che rimandare alle imprese di K.D.Lang e Carole King.

Quello che ancor di più segna una linea netta tra Rumer e una Leona Lewis è l’assoluto coinvolgimento della cantante nel processo creativo ed emotivo che attraversa le canzoni, senza strappi o balzi a effetto, ma con la grazia dell’interprete pura.
Undici brani che sfuggono ai cliché della cantante voce e chitarra e che possiedono la grazia del jazz da club, senza averne gli elementi stilistici: pop music da classifica che non suona come un album di successo, un talento che non cerca lusinghe ma ascolto.
“Aretha“, primo singolo dell’album, è un omaggio alla grande interprete soul che si rifugia in sonorità alla Bacharach evitando di parodiare la musica black e conservando un feeling soul-blues personale e coerente con il resto dell’album. Come tutte le grandi interpreti e compositrici folk innamorate del soul, Rumer interiorizza lo spirito della loro arte senza sconvolgere il suo stile.
 
Orchestrazioni deliziose e devote al già citato Burt Bacharach, armonie sottolineate da piano e ritmiche delicate, cori soul e pochi additivi che risulterebbero inutili e superflui grazie alla notevole qualità delle canzoni.
La voce di Rumer è velluto, non lana e nemmeno cotone, una voce che non brucia né graffia e soprattutto non sconfina nella pop music da jingle; è confidenziale ma dolcemente spirituale. “ Thankful”, “Healer”,” Blackbird” sono tre intense ballate capaci da sole di chiarire ogni dubbio sulle capacità di scrittura e di interpretazione dell’artista di origine pakistana, tre esempi di integrità stilistica che appartengono solo ai musicisti più dotati.

Non mostra cedimenti neanche l’iniziale “Am I Forgiven”, che pure abbraccia sonorità pop più leggere, mentre a rinforzare le lodi giungono istantaneamente “Come To Me High” e “Slow”, due potenziali brani di successo in un mondo fantastico e oramai lontano.
Rumer amplia il range emotivo della sua musica con orchestrazioni sublimi che trascinano “Take Me As I Am” verso lo status di standard, saltella sulle note vivaci di “Saving Grace” e si distende con toni nostalgici in “On My Way Home” una ballata sognante che riscrive i canoni del romanticismo.
Flauti, glockenspiel, vibrafono, organo e arpa entrano dolcemente nella musica di Rumer che con Steve Brown coordina una struttura sonora che viene abilmente variata dalla splendida cover version di un brano di David Gates (Bread), ovvero una splendida “Goodbye Girl”, che viene riconsegnata al pubblico pop con una verve e una grazia superiore all’originale, con l’armonica che duetta con la voce di Rumer per il seducente finale di uno degli album più eleganti del 2010.

(17/12/2010)

  • Tracklist
  1. Am I Forgiven
  2. Come To Me High
  3. Slow
  4. Take Me As I Am
  5. Aretha
  6. Saving Grace
  7. Thankful
  8. Healer
  9. Blackbird
  10. On My Way Home
  11. Goodbye Girl
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