Originari del Colorado, gli Across Tundras appartengono alla tradizione, più o meno recente, della rilettura hard&stoner dell'Americana, di cui gli Arbouretum sembrerebbero essere i rappresentanti più intriganti. Scenari desertici, torride visioni mentali ma impregnate di pulsioni sanguigne, ruvidezze liriche sono tutti elementi fondamentali per questa saga iniziata nel 2005 con l'Ep "Divides" e giunta, dopo la firma con la Neurot Recordings, al suo capitolo numero sei.
Il classicismo heavy della formazione di stanza a Nashville (guidata dal chitarrista Tanner Olson) potrebbe essere esemplificato dai soli otto minuti e mezzo di "In The Name Of River Grand", dall'incedere solenne e addirittura votato alla marzialità più pomposa nel finale. Ma significherebbe, comunque, voler limitare lo spettro delle soluzioni che, pur se non molto vario, riesce, almeno nella prima parte dell'opera (la più valida), a coniugare praterie polverose e Neurosis in piccole tempeste soniche ("Hijo de Desierto"), i Jefferson Airplane e uno stomp country (la ballata "Buried Arrows", con cameo vocale della figlia di John Hiatt, Lily) e i Blue Cheer con retaggi cantautoriali ("The Book Of Truth").
Meno interessante e più votata all'esibizione delle loro prurigini stoner, la seconda parte mostra qualche lungaggine di troppo, un'ispirazione tutto sommato velleitaria e, in definitiva, tutti i limiti del progetto. "Tchulu Junction", pur nella sua costruzione impeccabile e nelle sue evoluzioni al limite dello sludge, appare monotona e poco incisiva; l'epopea vorticosa di "Mean Season Movin' On" eccede in digressioni e scale chitarristiche; lo strumentale "Shunka Sapa" è complessivamente anonimo.
A piccole dosi, "Sage" può anche risultare un ascolto soddisfacente ma, tutto d'un fiato, finisce per sobillare un po' di noia.
17/09/2011