Frank Turner

England Keeps My Bones

2011 (Xtra Mile) | songwriter

Andare a scuola col principe William e cantare in una band hardcore dovevano sembrare i due capi del filo lungo cui poter far oscillare la propria vita, per un ragazzino cresciuto nell’Inghilterra dell’altro ieri. Un filo che Frank Turner ha evidentemente percorso per intero, lasciando perdere l’economia politica e la storia e dedicandosi anima e corpo alla musica, e più precisamente all’esplorazione di quella terra a dire il vero già piuttosto inaridita che sta a metà tra il punk, il folk e (soprattutto) il pop. 
Ha cercato bene, il giovane Turner, raccogliendo frutti a sufficienza per tirar fuori quattro dischi in cinque anni: 2007, 2008, 2009 e 2011. L’ultimo è roba di poche settimane fa e arriva giusto qualche mese prima che il ragazzo superi la soglia fatidica dei trenta. Si intitola “England Keeps My Bones”, e tempo una manciata di giorni nel Regno Unito è quasi giunto a sfiorare la top ten. Già, perché a casa sua questo pallido epigono del glorioso Billy Bragg gode di una certa popolarità.

La verità è che non c’è niente di particolarmente buono e niente di particolarmente scadente nella sua nuova raccolta. Ascolti i dodici pezzi, dal primo all’ultimo e, pur faticando a capire perché qualcuno dovrebbe investire più di mezz’ora del proprio tempo - mezz’ora nell’arco di qualche mese, diciamo – nel ripetere la stessa operazione, o addirittura arrivare a pagare un biglietto e accomodarsi sotto un palco per assistere a un suo concerto, nonostante questi dubbi non esattamente lusinghieri, insomma, ti rendi conto che non esiste alcun motivo per cui lui, Turner, non debba fare quello che fa. Le sue canzoni sono facili, ok, qualche tirata punkeggiante, qualche arpeggio docile, un po’ di sana retorica da ragazzo-che-alla-sua-età-non-riesce-a-smettere-di-sognare, però non è che la strada del pop possa essere sempre lastricata d’oro, no? Il tipo sa sfornare pezzi orecchiabili, forse più ingenui che ruffiani, e ha una faccia simpatica perfetta per piacere anche a chi la parola punk non la vorrebbe sentire nemmeno nominare. Perlomeno al di là della Manica.
 
 
E poi qualche pezzo che si fa apprezzare più degli altri c’è. Tipo “Wessex Boy” e “Redemtpion”, in cui i debiti da sempre dichiarati verso i Counting Crows, l’altro grande specchio del gorgo creativo di Turner, quello più sentimentale e melodico, risaltano con grande evidenza. Oppure “One Foot Before The Other”, l’episodio più scabro e arrembante, un po’ strummeriano, o ancora la crepuscolare “Rivers” – qualcuno di voi si ricorda dei vecchi Toad The Wet Sprocket? Siamo da quelle parti. Il singolo scelto per fare da traino, “Peggy Sang The Blues”, invece, è una specie di gigione esercizio di stile e pure qui a molti verrà da pensare ad Adam Duritz e compagni, nella loro versione più spensierata. 

Il titolo, infine, ha radici nientemeno che shakespeariane. Pare sia preso pari pari dal “Re Giovanni”, ma le frequentazioni di gioventù con la Corona non c’entrano: un disco che parla della natura mortale dell’essere umano e che indaga sul significato di essere inglesi al giorno d’oggi - ha spiegato lo stesso Turner - non poteva trovarsi un nume tutelare migliore del bardo di Stratford-upon-Avon. Né infamie eccessive né eccessive lodi, per favore. 

(29/06/2011)

  • Tracklist
  1. Eulogy
  2. Peggy Sang The Blues
  3. I Still Believe
  4. Rivers
  5. I Am Disappeared
  6. English Curse
  7. One Foot Before The Other
  8. If I Ever Stray
  9. Wessex Boy
  10. Nights Become Days
  11. Redemption
  12. Glory Hallelujah
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