Liam Finn

Fomo

2011 (Transgressive) | alt-pop

C'è una leggerezza di fondo che rende speciali le pagine del miglior pop d'autore, a prescindere dal fatto che il tutto porti poi alla fabbricazione di hit sfavillanti e indimenticabili. Una soavità che culla, che dissuade, che rende complici, che rasserena, che rende più facili le giornate. Liam Finn è uno di quelli che la bilancia manco sanno cosa è, lo avverti da come si muove sicuro all'interno di piccoli minuetti che si accavallano con scioltezza e paiono legati tra di loro, dei piccoli cioccolati che scarti con la speranza di trovarci dentro una sorpresa. E alla fine succede sempre che termini l'esperienza con un sorriso, rinfrancato.

Nessun miracolo, nessuna pretesa di nuovo verbo, solo vecchio caro artigianato pop quello del figlio di quel Neil Finn, fuoriclasse misconosciuto del songwriting popolare tra i settanta e i novanta, tra Splin Enz e Crowded House, in un'antica era quasi star a bordo della crociera extra-lusso denominata "Don't Dream It's Over". L'erede di Neil è un giovane saggio che giunge al secondo album dopo i non pochi applausi scaturiti dal debutto di tre anni orsono (I'll Be Lightning). Sa quello che vuole Liam, non pecca di presunzione, compone ed esegue dieci canzoni, semplici, mai eccessive o ricche di retorico pathos, forse a volte un po' troppo distaccate, ma oneste. E tocca spesso le corde giuste, agganciando dall'aria una serie di ritornelli e strofe. Potere della famiglia Finn verrebbe da dire. "FOMO" parla la lingua della vita giornaliera, tra soliti problemi e classiche gioie, "FOMO" è l'acronimo di "Fear Of Missing Out", ovvero il timore di perdersi e non ritrovarsi più, spiritualmente, fisicamente, in comunione con i propri cari. Le canzoni in esso contenute valgono come cartoline, come segnali di fumo utili per rintracciarsi negli spazi immensi tra Australia, Nuova Zelanda e il restante e nevrotico mondo.

"Neurotic World" e sembra quasi che riemerga dagli abissi di qualche oceano, con la voce che si libera quieta dal disturbo di un controllato feedback e si addolcisce tra accordi di piano e sottostanti sequencer dai suoni acquatici. È un incipit atmosferico e aritmico, perfetto come ponte per il gioco di chitarre e di armonie vocali di "Don't Even Know Your Name", quattro minuti che sanno di capolavoro, che profumano di incontro inaspettato, con il coinvolgimento che, come il ritmo che pervade lo spartito, cresce di intensità. L'occhio che scruta i paraggi di "Roll Of The Eye", che si stupisce tra saliscendi ritmici, che si arricchisce di un ricco strumentario trattato alla maniera del low-fi senza darlo a vedere, senza sporcizie gratuite e a effetto. E poi, in una credibile poetica del benessere, i cori estivi di "Cold Feet", con le chitarre che accompagnano immaginarie passeggiate negli anni 60, il ritmo ansimante ed esitante di "Real Late", con spogli synth che risuonano come cicale nella canicola pomeridiana, l'intimità acustica di "Little Words" violata delicatamente dall'elettronica, lo scatenamento adolescenziale dai contorni rock di "Reckless" che diventa quasi ruggente nella psichedelica "Jump The Bones" e furioso nella declamante "The Struggle". Il diario di una giornata calma e confusa, che attraversa un ampio spettro di sensazioni e sentimenti. Per poi tornare al punto di partenza. Una rinfrescata e siamo pronti per una nuova avventura. La prossima volta. È già dietro l'angolo.

(29/08/2011)

  • Tracklist
  1. Neurotic World
  2. Don't Even Know Your Name
  3. Roll Of The Eye
  4. Cold Feet
  5. Real Late
  6. The Struggle
  7. Little Words
  8. Reckless
  9. Chase The Seasons
  10. Jump Your Bones
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