Nel gran gorgo di camuffamenti e rievocazioni che è l'indie-pop di oggi, una band si distingue per la fedeltà a se stessa e al suono ripreso: i newyorchesi Bryan Scary and the Shredding Tears, che infilano con "Daffy's Elixir" il terzo album in perfetto stile
prog-pop settantiano (
Electric Light Orchestra, Cockney Rebel,
Supertramp e giù di lì).
Il giochino è presto descritto: pezzi mutaforma, suono roboante, melodie raffinate il giusto e sgargianti quanto serve, e in ogni dove un pianoforte esuberante a tenere in piedi tutto. Pare davvero un
encore dei favolosi anni settanta, con un pizzico di
disco qua e là, qualche sbruffonata modello
Queen o voltafaccia degno di
Elton John (o
Genesis, a seconda dei momenti), l'assolo figlio di
George Harrison... Un gran bel sentire, perché i signorini sanno il fatto loro e dell'epoca non han ripreso solo il suono, ma anche l'attenzione al perfetto connubio di melodia e complessità, eleganza ed estro, classicismo compositivo e ruffianeria
pop.
"Daffy's Elixir" - come già il precedente "
Flight Of The Knife", d'altra parte - è insomma uno zibaldone di adorabili esercizi di stile, ghirigori di genialità fuori tempo massimo e scintillante paraculaggine. Quindici perle pop da scoprire con le proprie orecchie, con la sensazionale (e un po'
kinksiana) "
The Silver Lake Mining Company" a fare da traino per ascolti e riascolti compulsivi, "You Might Get Caught in Tarantella" a saltellare tra
tex-mex,
Sparks e
Ween, "Another Ace in the Hole" e "Owe Mister O" a calcare sul versante
power-pop, e perfino inaspettate svolte
tunz-tunz con "Diamonds!" e "Red Baron (of Arizona)".
Di più non dico.