Regina Spektor

What We Saw From The Cheap Seats

2012 (Sire) | songwriter, art-chamber-pop

Regina Spektor è un nome di quelli con cui, col tempo, si è dovuto imparare a fare i conti. Emersa a cavallo tra 2003 e 2004 - quando, poco più che sconosciuta ( ciononostante con alle spalle una discreta cifra di dischi autoprodotti, mostranti una completezza di mezzi fuori dal comune per un'esordiente) fu notata da un certo Julian Casablancas - l'esuberante moscovita naturalizzata statunitense è diventata una delle personalità di spicco del cantautorato femminile mondiale. Una che ha preso le mosse dalla frenetica scena newyorkese ed è finita in brevissimo tempo a calcare i palchi di mezzo mondo, a seguito di una popolarità presso il grande pubblico arrivata per caso (anche da noi "Fidelity" si era rivelata una hit di medio-alto successo), che ha saputo tenersi stretta nello scorrere degli anni, grazie a una certa eccentricità nel personaggio, malgrado le lunghe interruzioni discografiche tra un nuovo lavoro di inediti e l'altro. Giunge a tre anni dal precedente "Far", pertanto, la sesta prova della musicista, e mai come ora risulta difficile rendersi conto di quale sentiero voglia imboccare.

Se con "Begin To Hope", l'album della tenuta a battesimo nel complicato scenario mainstream, la cantautrice fu in grado di far collimare con encomiabile accortezza la vena più istintiva delle proprie prime realizzazioni con un apparato produttivo più studiato e corposo, in una scaturigine di bizzarre e suggestive contrapposizioni, le cose da lì in poi non sono andate nel verso sperato. Rimasta invariata l'assoluta classe a livello esecutivo (dal vivo la Spektor ha da insegnare a tante altre fatine incapaci di gestire un palcoscenico), la nuova veste che ha deciso di indossare, più sofisticata e sinuosa, ha finito col guastare il mirabile equilibrio tra freschezza melodica e stravaganza compositiva, mandando in corto circuito uno stile che forniva un sostegno inimitabile per qualcosa di davvero grande, unico. E invece no: "Far", con la sua eleganza esageratamente easy, rischiava di gettare nelle braccia sempre aperte dell'anonimato una che come Regina si era sempre tenuta alla larga da qualsiasi tipo di ovvietà o facile raffronto, quasi che l'alito vitale, nelle sue canzoni, fosse venuto tutto d'un tratto a mancare.

"What We Saw From The Cheap Seats" è quindi un gradito ritorno al passato, esibendo un quasi totale rigetto per la soverchiante sovrapproduzione del precedente disco a favore di una maggiore sobrietà negli arrangiamenti, che fa tornare protagonisti il pianoforte e la voce della Nostra, fin troppo ammansiti nei più recenti trascorsi. Riemergono dalla superficie gli scanzonati motivetti pop con uncini assassini che rappresentano uno dei lati più convincenti del suo repertorio - "Don't Leave Me (Ne Me Quitte Pas)", riadattamento scapigliato del classico di Jacques Brel già visto in chiave più essenziale in "Songs" del 2002, "Small Town Moon" - riaffiorano certe intemperanze e ghiribizzi vocali che avevano centrato l'obiettivo di rapire un'ampia fetta di ascoltatori (e che qui si riscontrano in abbondanza, dall'intrepido simil-rap di "Oh Marcello", con tanto di eccentrica citazione-omaggio del classico "Don't Let Me Be Misunderstood", alle inattese evoluzioni in levare di "Open", la più teatrale tra tutte). Si ripresenta quindi, una più vera Regina Spektor, nella dimensione a lei congeniale e sotto le spoglie che, pur nei costanti cambiamenti, ne hanno definito l'estetica e l'allettante gioco di contrasti.

A buttarla giù in questi termini parrebbe davvero trattarsi di un comeback coi fiocchi, di quelli che fanno dimenticare in quattro e quattr'otto ogni delusione passata e sorridere con rinnovato slancio al futuro. È un peccato, però, che le cose non vadano come auspicato - anzi, talvolta finiscano per rimarcare la brutta china degli ultimi tempi. Nonostante il ritrovato bel conciliare stilemi e sensazioni, sia liriche che musicali, opposte tra loro, molto spesso l'impressione è di assistere a spenti "lati b" in vista di qualche singolo estemporaneo, piuttosto che a canzoni realmente pensate per un progetto sulla lunga distanza.
Scivolano così in maniera del tutto prevedibile, seppur gradevolissima, accorate ballate pianistiche tenute insieme da una scrittura non poco traballante ("How", trita disquisizione su eros e thanatos, come pure l'esasperata caccia all'eleganza più laccata in "Firewood", il cui finale a ritmo di valzer rappresenta uno stacco sin troppo netto dal resto) e zuccherosi ammiccamenti all'anti-folk di cui è stata una delle esponenti di punta ("The Party"). Occorre quindi guardare altrove per scorgere lampi di quell'ispirazione fino a sei anni fa granitica, magari in commosse riverenze alla tradizione del proprio Paese di provenienza (la conclusiva "Jessica", icastica nella sua semplicità), oppure in appassionate invettive dall'intento satirico ("Ballad Of A Politician"), lette con un fervore che lascia intravedere le ceneri ardenti di un fuoco ancora (fortunatamente) non del tutto sopito.

Al di là però di tutte le dietrologie che si possono muovere su quanto il suono della songwriter si sia denaturato nel corso del tempo, una cosa è certa, e questa sesta prova ne è la conferma: se il talento non difetta in alcun modo, e le idee in saccoccia non mancano, quello che serve è tornare all'istintiva irruenza che ha segnato i suoi timidi esordi newyorkesi (e non soltanto) e rifuggire l'eccessiva levigatezza che ha irrimediabilmente intaccato altre carriere di assoluto spessore. Pulizie di primavera: è questa la parola d'ordine.

(20/07/2012)

  • Tracklist
  1. Small Town Moon
  2. Oh Marcello
  3. Don't Leave Me (Ne Me Quitte Pas)
  4. Firewood
  5. Patron Saint
  6. How
  7. All The Rowboats
  8. Ballad Of A Politician
  9. Open
  10. The Party
  11. Jessica

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