I The Chap – un greco, un inglese e due tedeschi – sono i più deliziosi sfaccendati del panorama indie-pop recente. Con il loro Erasmus-synth-pop sornione, un po’ Architecture in Helsinki e un po’ Stereolab, un po’ The Books e un po’ quel che capita, hanno aggiornato all’era indietronica quella spassosa indolenza che, dopo i bei tempi del Canterbury sound, si era raramente rivista in giro.
L’annuncio che “We Are Nobody” sarebbe stato il loro primo “irony-free record”, dunque, mi aveva non poco contrariato. E sulle prime m’ero proprio fatto fregare: davvero mi pareva il disco fosse troppo dandy e serioso, troppo Pulp e troppo poco imprevedibile per una band che mai una volta, prima d’ora, aveva giocato sul darsi un tono.
In realtà, si tratta dell’ennesima burla della band paneuropea. Vero è che il disco è meno eccentrico e scintillante dei precedenti, ma da qui a parlare di stanca creativa o eccessiva compitezza il passo è lungo. Si può piuttosto azzardare che, varcata ormai da un po’ la soglia psicologica dei trenta, i quattro alfieri del cazzeggiante meltin’ pop universitario abbiano pensato di raddrizzare un po’ la loro formula.
Senza però perdere di personalità: anche se meno caleidoscopici del solito, pezzi come “Look At The Girl” e “Rhythm King” conservano tutta la giocosa obliquità di sempre, così come – per quanto meno in evidenza – il consueto retrogusto filastroccoso/folk. Ci sono poi episodi più caciaroni e dancey (“Talk Back”, “Hands Free”, quasi in territorio Go! Team), ma soprattutto la novità di pezzi ombrosi, sottilmente scostanti. La title track, “Curtains”, e in modo più velato anche molti altri brani presentano un gioco di vocine, accordi inquieti e suoni innaturali che avvicina il clima a quello dei migliori Clinic o, per spararla grossa, a progressisti anomali e disturbanti come Godley & Creme e Cardiacs.
Un album poco immediato, ma gratificante. Un po’ di frizzantezza in più non avrebbe guastato, ma a quanto pare questo è ciò che passa il convento. E non c’è da lamentarsi.
20/05/2012