All’inizio potevano contare solo sulla forza dell’hype e di qualche amichevole sponsorizzazione, i Crocodiles. Di strada ne avrebbero fatta però ben poca, giusto qualche singolo segnalato da colleghi come i No Age e la cilecca dell’esordio “Summer Of Hate”, non avessero saputo rompere quell’inerzia senza prospettive quasi subito. Un tassello alla volta, la creatura di Brandon Welchez e Charles Rowell è riuscita a crescere di quel tanto da elaborare una proposta non certo imprescindibile ma pur sempre dignitosa e divertente. Con “Sleep Forever” sono arrivate le canzoni. “Endless Flowers” ha visto il duo assumere la fisionomia di una vera e propria band. E oggi “Crimes of Passion” segna un ulteriore piccolo passo in avanti grazie all’aiuto, in cabina di regia, della volpe Sune Rose Wagner, responsabile di una produzione più adulta e smaliziata che fa tesoro, tra le altre, proprio della lezione espressiva dei Raveonettes più colorati. Per farsi un’idea va più che bene l’opener, “I Like It In The Dark”, con il dialogo serrato tra chitarre sgargianti e pianoforte ebbro quanto basta. Aggiungendo alla lista anche le decorazioni del coretto femminile e i sottili aromi di psichedelia spacey che fanno capolino nel finale, dovremmo avere elementi sufficienti a considerarla la perfetta introduzione a un disco che promette d’essere rutilante ma agilissimo.
Merito anche di una scrittura schietta e affilata, opportuna nello smussare le chitarre asprigne e taglienti, specialità della casa, ricorrendo magari (“Cockroach”) alla mitigante schermatura di un bel tappeto percussivo, mentre all’immancabile tastierina spetta il compito enfatizzare la melodia con la determinazione di un evidenziatore. L’impronta ricca da gruppo con tutti i crismi e il tocco di Wagner sembrano aver decisamente giovato alla causa, considerati il maggior impatto e la rotondità di un sound squillante cui non mancano peraltro le divagazioni rumoristiche, evidente retaggio del passato per la formazione di San Diego. L’andatura trottante non conosce battute d’arresto e in più di un’occasione le sonorità acidule e bombate dei nuovi Crocodiles ricordano i Suede più scintillanti (“Marquis De Sade”), con in sovrapprezzo l’esuberanza rock dei primi Kula Shaker (“Teardrop Guitar”) o flebili echi Supergrass (“Me And My Machine Gun”). Queste corrispondenze con certo britpop sono rondini nemmeno troppo sporadiche e con il refrain sontuoso di “Heavy Metal Clouds” (seppur rinforzato dai fiati di Josh Welchez, fratello di Brandon) si può dire che facciano primavera.
Pretendono un’annotazione anche gli inserti abrasivi à-la Jesus & Mary Chain (ah, il primo amore) che in “Marquis De Sade” sono piazzati su un fondo dolciastro per creare un gustoso cortocircuito, così come il jangle delicato che in “She Splits Me Up” è messo a mollo in una bagna sporca, a base di bassa (ma non bassissima) fedeltà: aprono senza indugi a un easy-listening alquanto spudorato, come a voler ricercare il meglio di due distinte filosofie musicali. Cerchiobottisti insomma, ma con un certo acume e non senza talento, un tantino ruffiani ma a fin di bene. I ragazzi mostrano di avere le idee sufficientemente chiare e, pur non avendo nulla di epocale da offrire, insistono sulla loro formula riveduta e corretta con onestà e doti da bravi intrattenitori. Il nuovo standard non subisce stravolgimenti sostanziali (nemmeno la più rumorosa e muscolare “Gimme Some Annihilation” lo sconfessa), e la coerenza che ne deriva può essere tranquillamente ascritta tra le voci positive di un album tutto sommato ben scritto, furbo, forse interlocutorio ma che non dispiace.
Gli avvitamenti e i feedback delle chitarre restano una sorta di orpello ormai minoritario che sembra riprendere il sopravvento solo nelle battute conclusive, incendiando con gentilezza arpeggi e scorci melodici, prima che la sobrietà elettroacustica di “Un Chant D’Amour” chiuda i giochi senza gli attesi fuochi d’artificio.
Difficile dire a questo punto se la band possa avere o meno validi risvolti futuri. Quella dei Crocodiles è una prospettiva in lenta ma costante evoluzione, presumibilmente non destinata a grandi traguardi ma ancora in grado di incuriosire e divertire.
09/09/2013