MAX EILBACHER - Red Anxiety Tracers

2013 (Spectrum spools)
experimental synth-music

La Spectrum Spools presenta il debutto di Max Eilbacher parlandone come di un disco in grado di ridare linfa alla moderna composizione di musica elettronica. Qualcosa di rivoluzionario, insomma, che manco a dirlo rivoluzionario non è, e mette semmai in luce – se ce ne fosse ancora bisogno – l’esistenza di un morbo secondo il quale la sperimentazione possa prescindere da un intento, da una ricerca che vada oltre il puro diletto. Il personaggio in realtà non è propriamente l’ultimo arrivato, forte di un curriculum come collaboratore su cui figurano i nomi di Matmos, Horse Lords e Needle Gun, e può anzi semmai dichiarare senza mezzi termini di aver vissuto sulla sua pelle l’evolversi di esperienze che si sono poste davvero come un valore aggiunto e inedito per il brulicante calderone dell’elettronica sperimentale americana.

Ma di “Red Anxiety Tracers” dicevamo, di un disco che non è certo peggiore di altri che escono tutti i giorni, che ha forse un po’ di visibilità in più proprio per l’etichetta che lo pubblica (ma che con Michael Pollard in questo inganno era già cascata, e molto più fragorosamente), il cui unico vero problema è quello di arrampicarsi per una quarantina abbondante di minuti su affascinanti costruzioni formali che nascondono sostanzialmente il nulla più totale. Posto che di forma si possa parlare per quelli che sembrano sostanzialmente puri esercizi di esplorazione dei suoni di macchine analogiche e non, che hanno per lo meno il pregio di non risultare particolarmente ostili all’ascolto o di non mirare al riproporre esperimenti di un’alta scuola che poteva essere lungimirante forse una sessantina di anni fa.

Per assurdo, Eilbacher sembra non prendersi per primo troppo sul serio, divertirsi di fatto a giocare con le manopole dei suoi synth creando odissee che non portano però a nulla, che non hanno l’intento di dare vita a un’atmosfera, di riprodurre immaginari, climi o suggestioni, ma nemmeno quello di esplorare, metodicamente o spontaneamente, un particolare universo sonoro.
Due suite compongono il disco, entrambe formate da tre movimenti: la prima “Slowlo/Persistent Scenes/Did The Surfer Survive?” ci mette sei minuti di inutili field recordings prima di prendere una forma, lavorare prima su power electronics pure di buon livello, perdersi in marasmi di effetti primordiali, imbucarsi in una galleria nata morta di concretismi elettro-acustici e immergersi in fine in flussi acquatici senza spessore. Più uniforme, ma forse ancor meno produttiva l’altra metà, “(Intro)/ Geetar/ No Room For Breathing/ Rail Trax”, che su un tappeto fisso di droni scuri articola un pasticciato miscuglio di sample pungenti, gorgoglii e spirali analogiche.

Non sarebbe forse corretto procedere con un atto d’accusa a un musicista che si limita a fare quel che oggi fanno in troppi: sperimentare senza meta, intendendo non senza una meta prestabilita, ma senza l’intenzione di giungere a un qualsiasi approdo. Un approccio che è tutto fuorché nuovo, e che in passato è sicuramente stato decisivo per scoprire porte fondamentali prima ancora di aprirle del tutto. Ma molti di coloro che allora “brancolavano nel buio” dell’ignoto lo facevano con la ben precisa voglia di inciampare e scontrarsi contro “ostacoli”, vogliosi di farne esperienza, di scoprirne le caratteristiche e farli propri portandoli con sé. Dischi come questo rappresentano invece autentiche passeggiate ad occhi bendati in strade che ormai si conoscono fin troppo bene, nelle quali la perdita di equilibrio è dinamica assai rara (e per niente lusinghiera!) e non certo in grado di condurre alla scoperta di qualcosa che non sia già noto.

04/01/2014

Tracklist

  1. Slowlo/Persistent Scenes/Did The Surfer Survive?
  2. (Intro)/Geetar/No Room For Breathing/Rail Trax

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