Miles Kane

Don't Forget Who You Are

2013 (Columbia) | britpop, mod-revival

Miles Kane, alla verde età di 27 anni ormai compiuti, si sarà ormai reso conto di essere nato e cresciuto con almeno qualche decade di ritardo. Quel “Don’t Forget Who You Are” che dà il titolo al suo nuovo album risuona come una rivendicazione orgogliosa del proprio essere (e di riflesso anche del proprio lavoro in campo musicale); quindi poco importa se il mod-style è quantomeno anacronistico e se i padri putativi del nostro (Weller e Ray Davies, tanto per citarne un paio) hanno prodotto i loro lavori migliori oltre trent’anni fa. Kane si rispecchia senza rimorsi nella tradizione brit, in una riproposizione conforme che predomina sulla rilettura in chiave personale.

Esaurita l’esperienza Rascals e con i Last Shadow Puppets ancora in stand-by - si vocifera di un prossimo album in un tempo relativamente breve - con il sodale Alex Turner impegnato con gli Arctic Monkeys, Miles Kane prosegue nella sua carriera solista lungo il solco tracciato dal primo lavoro “Colour Of The Trap”. In un’intervista recente a proposito del nuovo album, dichiara: “Volevo essere diretto. Non volevo nascondere niente dietro a metafore”. E in effetti è tutta una corsa dall’inizio alla fine, con poche possibilità per tirare il fiato, cominciando dalla chitarra sporca di “Taking Over” e terminando con l’esuberanza strokes-iana di “Darkness In Our Hearts”.
Tutto sembra essere predisposto per essere eseguito in un palazzetto gremito, con pubblico urlante e pronto a saltare a ogni singolo pezzo. Non che la cosa dispiaccia, perché Kane ha una buona predisposizione all’hook orecchiabile e quando tutto funziona, può anche permettersi di piazzare coretti, handclapping e doppie voci: “Better Than That” e la title track rappresentano in pratica un’imposizione gradita al sing-along. Se poi è il modfather Paul Waller in persona a partecipare alla festa (“You’re Gonna Get It”), la strafottenza assume immediatamente un connotato positivo.

Rispetto all’esordio solista, però, registriamo un certo appiattimento nelle idee del songwriter nativo di Birkenhead che, alla meno peggio, si trova costretto a ricorrere a filler trascurabili per proseguire la sua corsa, come “Bombshells”, dove la deriva Who è decisamente meno scoppiettante di quel che si vuol fare intendere. Paga dazio anche quando rincorre territori moderni che meno gli si addicono, perdendo la rotta in un paio di episodi e scivolando sull’inconsistenza di “Give Up” (una b-side che sarebbe scartata anche dagli ultimi Kasabian) o sulla ballatona di marca Gallagher “Fire My Heart”. Meglio invece quando veste i panni di un Ray Davies sorpreso a cimentarsi nell’esecuzione di “Out Of Control”, sopra a un piano di chiaro stampo lennoniano.

Insomma, un bignami che ci dimostra come Miles Kane sia in grado ormai di camminare con le proprie gambe, affrancandosi così dall’amico Alex Turner, co-autore del primo album. Farà certamente felici i fedelissimi della nobile terra d’Albione e, possiamo giurarci, anche qualche nostalgico dell’epoca d’oro. Kane ha realizzato un album che troverà la propria dimensione migliore in veste live, ma che ha anche tutte le caratteristiche per restare a lungo nel lettore mp3, magari concedendosi l’uso del tasto skip laddove occorresse. Probabilmente il terzo lavoro sarà il vero banco di prova per il songwriter inglese: rinnovarsi o morire, o peggio ancora, diventare come i Beady Eye.

(06/06/2013)



  • Tracklist
  1. Taking Over
  2. Don't Forget Who You Are
  3. Better Than That
  4. Out of Control
  5. Bombshells
  6. Tonight
  7. What Condition Am I In
  8. Fire In My Heart
  9. You’re Gonna Get It
  10. Give Up
  11. Darkness In Our Hearts 


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