Last Shadow Puppets

The Age Of The Understatement

2008 (Domino) | pop

Ci eravamo lasciati l'anno passato dicendo a proposito del secondo album degli Artic Monkeys che il grosso della storia per questo gruppo era ancora "da venire". Ebbene, quel qualcosa che stavamo aspettando forse è arrivato o sta cominciando a farsi intravedere. Alex Turner ha infatti deciso di mettere momentaneamente da parte il progetto musicale per il quale bene o male tutti lo conoscono (e in alcuni casi apprezzano), per dare vita a quello che si può considerare un side project estemporaneo in combutta con tale Miles Kane, già leader dei liverpooliani Rascals (il loro esordio è strategicamente previsto per gli inizi di quest'estate e c'è da scommettere una birra che scaleranno senza troppi imbarazzi le classifiche inglesi e, forse, europee).
Ma i Last Shodow Puppets non si esauriscono certo qui, visto che nel disco risulta coinvolto in veste di produttore (nonché autore delle parti di batteria) il re mida delle produzioni indie James Ford (titolare anche dei Simian Mobile Disco). L'elemento di maggiore interesse che fa la grande novità di questo ambiziosissimo album è tuttavia un altro: l'impiego in tutte le composizioni di un sfarzosa orchestra (la London Metropolitan Orchestra per la precisione), coordinata da Owen Pallet (Final Fantasy, autore peraltro di tutti gli arrangiamenti). Occorre inoltre aggiungere che il grosso delle registrazioni si è svolto in Francia, lontano dai clamori e dalla dolce vita londinese.

Di fronte a questi dati le riflessioni da fare sono anzitutto due. La prima riguarda l'analogia a tratti impressionante tra il percorso di Alex Turner e quello del mod father di ogni tempo Paul Weller. Osservando infatti il libretto del cd, a un certo punto si scorge un'immagine di Alex Turner e Miles Kane spalla a spalla in dolcevita bianco, e al cospetto di una foto così potentemente "rivelatrice" risulta alquanto difficile non pensare alla svolta cool degli Style Council di ormai vent'anni fa, con Weller e Talbot voluttuosamente abbandonati al sole di una gita in barca sulle rive della Senna.
Dopo due album (più il primo che il secondo a ben vedere) intrisi di rabbia giovane e vitalismo ruggente, chitarre spedite e casse tuonanti, anche Alex Turner ha avvertito la necessità di riappropriarsi di un linguaggio classico e intimista, caratterizzato da una compostezza vellutata e da una particolare cura per le atmosfere ovattate, in linea con il pop pensoso e sofisticato di Burt Bacharach, Ray Davies, Arthur Lee, Elvis Costello, Scott Walker, Joe Jackson (ma vista l'ambientazione francese, che non pare affatto casuale, potremmo infilarci anche un Serge Gainsbourg, del resto lo stesso Turner una volta confessò la propria ammirazione per un gruppo come i Nouvelle Vague).

La seconda riflessione da fare riguarda invece un altro aspetto non meno importante: Alex Turner ha avvertito per primo che il suono Artic Monkeys è di fatto diventato uno sterile e noioso luogo comune della musica contemporanea, una formula rigida e immodificabile (nonché alquanto logora e del tutto svuotata ormai) sulla quale vengono ogni mese modellati decine di gruppi dall'esistenza sempre più breve e inconsistente. Questi Last Shadow Puppets testimoniano allora il tentativo di passare da uno status di popstar per teenager brufolosi a quello di autore completo e compiuto. Ascoltando il disco, infatti, si coglie il talento (non trascurabile e nemmeno così scontato) di un autore cresciuto e maturato sotto il profilo della scrittura, degli ascolti, del gusto, dell'ampiezza degli interessi e delle frequentazioni sonore, e sembra davvero difficile ipotizzare (fatte salve inversioni clamorose) un ritorno allo spontaneismo arruffato degli inizi.

Alcune canzoni lasceranno infatti interdetti tutti coloro che al pop chiedono solo una mezz'oretta di saltini scomposti e pile di felpe a righe fosforescenti, e in fondo è giusto che sia così, perché il tempo passa per tutti e non si può essere giovani e spensierati per sempre. Che poi, a voler essere pignoli, un debole per i lenti e una particolare predilezione per le situazioni malinconiche gli Artic Monkeys l'avevano palesata sin dai primi lavori, qui si porta tutto alle estreme conseguenze e si bada di più alla qualità del vestito sonoro. Da questo punto di vista, i momenti degni di nota sono più di uno: dalle reminiscenze morriconiane di "The Age Of The Understatement" si passa al felicissimo giro di accordi di "Standing Next To Me", attraversando il sottile erotismo della notevole "The Chamber" (ma anche "My Mistakes Were Made For You" non scherza) e la costruzione più articolata di "I Don't Like You Anymore", che rinnova le intuizioni della vecchia hit "When The Sun Goes Down" secondo una nuova sensibilità.
Qua e là affiorano passaggi dal tono più barocco come "Only The Truth" (che pare un'outtake di "Forever Changes") o "Black Pant", alternati a pezzi in cui un vago sentore di colonna sonora  "jamesbondiana" inizia a farsi strada ("In My Room", ad esempio).

Il minimo che si possa dire è che ci troviamo di fronte a un disco più da ascoltare che da ballare e questo (anche se non tutti potranno essere necessariamente d'accordo) ci sembra un decisivo passo in avanti.
Più Bordeaux d'annata che birra senza pretese, insomma. Perché a volte la vera rivoluzione (come il disco mostra bene) è la tradizione.

(26/04/2008)

  • Tracklist
  1. The Age Of The Understatement
  2. Standing Next To Me
  3. Calm Like You
  4. Separate And Ever Deadly
  5. The Chamber
  6. Only The Truth
  7. My Mistakes Were Made For You
  8. Black Pant
  9. I Don't Like You Anymore
  10. In My Room
  11. The Meeting Place
  12. Time Has Come Again
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