Lo chiamano “il padrino del grime” e in effetti di quella creatura molesta venuta fuori nei primi 2000 dalla comunità nera schizo-rap londinese Wiley va considerato uno dei pionieri. Ma dovrebbero chiamarlo “il divo” oppure “il re delle smargiassate”, con tutto quello che ha combinato negli ultimi tempi. L’ultima spavalderia giusto il mese scorso, quando lui stesso diffuse il leak dell’album in questione dopo essere entrato in polemica con iTunes per una traccia mancante, ma la lista è lunga e, se ci tenete, una panoramica completa e anche piuttosto divertente potete trovarla in un recente articolo su FactMag.
Ci son modi e modi per avvicinare i nuovi fermenti e gli ascoltatori giovani. Dal “padrino” ci si aspetta una mossa più autorevole, che ribadisca a tutti l’orgoglio dell’appartenenza e della storia grime e sappia interagire di polso con certe tendenze moderne. Come ha saputo fare bene Terror Danjah nell’ultimo Dark Crawler, per intenderci. Come Wiley stesso dimostra di saper ancora fare in pezzi come “First Class”, col rappato sporco e quelle distorsioni che in fondo son drop, o la old-school “Skillzone”, o ancora, a voler esser buoni, anche “My Heart” con Emeli Sandé, che offre il giusto mix tra sensibilità funky femminile e energia dance maschile. Ma una ruffianata da stadio come “Hands In The Air” significa voler fare il Calvin Harris della situazione, e allora hai poco da far la voce grossa. Starai anche vendendo come non avevi mai fatto, ma agli occhi dei veri grimers sei solo un traditore.
09/04/2013