Dopo essersi occupato di produrre e promuovere gli artisti del roster Anti-Ghost Moon Ray da lui co-fondato con Alex Painter, lo scultore e videoartista Jez Bernholz, base a Brighton, riesce finalmente a far uscire il suo primo album lungo solista, “How Things Are Made”, seguito del primo singolo “Austerity Boy” (2012).
Proprio la nuova versione allungata di “Austerity Boy”, quivi acclusa, è il miglior esempio dell’anima più superficiale del disco, un pop in tutto e per tutto revisionista, per quanto aggiornato a Tv On The Radio, Lcd Soundsystem, Arcade Fire e Nicolas Jaar.
La cosa migliore di questa prima pièce è la suspense. Ci vogliono più di tre minuti prima che la sua pulsazione frenetica diventi normalmente ballabile e il libero canto a cappella diventi molle refrain, per svagarsi infine in una tremenda citazione della “Material Girl” di Madonna.
La progressione techno in crescendo di “Horses pt. 2” è surreale, frenetica e fantasmagorica, ma dura troppo senza apportare granché, pure facendo leva su un canto debole. Il soul-pop in falsetto con cori esoterici di “The Modernist” e una “My History” che riecheggia diecimila hit del synth-pop classico, sono tanto gradevoli quanto spente.
A questo manierismo imitativo fa comunque solenne contraltare una visione postmodernista più profonda, e “Animals” in questo senso è un miracolo: battito “polmonare” Wyatt-iano, sospensione atmosferica, frasi sibilline di basso, preziosismi elettronici di ogni sorta, e un finale di percussioni e suoni trovati. Un’altra perfezione è “Mesopotamia”, basata su note circolari di piano elettrico su cui poggia un’armonia vocale decostruita, un prisma che ruota e aggiunge continuamente voci su voci, mentre è inghiottita da un colossale accordo di tastiere. Appena meno riuscita è la title track, in cui cori monastici danno vita a una sorta di dub cadaverico che spira in un’altrettanta funerea coda strumentale.
Incitato da una produzione finissima che apporta intermezzi psichedelici, rimembranze della musica ambientale e palpitazioni minimaliste, vorrebbe rifarsi - nelle parole dell’autore - a “Low” di David Bowie, “Hounds Of Love” di Kate Bush e “Big Science” di Laurie Anderson. Nessuno dei tre. La sua forma suite che appiccica le canzoni è generica e sorpassata, anche l‘idea di iniziare e chiudere l’opera con il medesimo suono, per restituire la sensazione di perpetua e granitica circolarità, non è originale (gliel’anticipano gli italianissimi Fast Animals And Slow Kids in “Hybris”, 2013, cfr). Nella sua polpa migliore è, comunque, un Canterbury sound scolpito dalla cura digitale. Due anni di lavorazione.