Bernholz - How Things Are Made

2014 (Anti-Ghost Moon Ray)
alt-rock, electro rock, songwriter

Dopo essersi occupato di produrre e promuovere gli artisti del roster Anti-Ghost Moon Ray da lui co-fondato con Alex Painter, lo scultore e videoartista Jez Bernholz, base a Brighton, riesce finalmente a far uscire il suo primo album lungo solista, “How Things Are Made”, seguito del primo singolo “Austerity Boy” (2012).

Proprio la nuova versione allungata di “Austerity Boy”, quivi acclusa, è il miglior esempio dell’anima più superficiale del disco, un pop in tutto e per tutto revisionista, per quanto aggiornato a Tv On The Radio, Lcd Soundsystem, Arcade Fire e Nicolas Jaar.
La cosa migliore di questa prima pièce è la suspense. Ci vogliono più di tre minuti prima che la sua pulsazione frenetica diventi normalmente ballabile e il libero canto a cappella diventi molle refrain, per svagarsi infine in una tremenda citazione della “Material Girl” di Madonna.
La progressione techno in crescendo di “Horses pt. 2” è surreale, frenetica e fantasmagorica, ma dura troppo senza apportare granché, pure facendo leva su un canto debole. Il soul-pop in falsetto con cori esoterici di “The Modernist” e una “My History” che riecheggia diecimila hit del synth-pop classico, sono tanto gradevoli quanto spente.

A questo manierismo imitativo fa comunque solenne contraltare una visione postmodernista più profonda, e “Animals” in questo senso è un miracolo: battito “polmonare” Wyatt-iano, sospensione atmosferica, frasi sibilline di basso, preziosismi elettronici di ogni sorta, e un finale di percussioni e suoni trovati. Un’altra perfezione è “Mesopotamia”, basata su note circolari di piano elettrico su cui poggia un’armonia vocale decostruita, un prisma che ruota e aggiunge continuamente voci su voci, mentre è inghiottita da un colossale accordo di tastiere. Appena meno riuscita è la title track, in cui cori monastici danno vita a una sorta di dub cadaverico che spira in un’altrettanta funerea coda strumentale.

Incitato da una produzione finissima che apporta intermezzi psichedelici, rimembranze della musica ambientale e palpitazioni minimaliste, vorrebbe rifarsi - nelle parole dell’autore - a “Low” di David Bowie, “Hounds Of Love” di Kate Bush e “Big Science” di Laurie Anderson. Nessuno dei tre. La sua forma suite che appiccica le canzoni è generica e sorpassata, anche l‘idea di iniziare e chiudere l’opera con il medesimo suono, per restituire la sensazione di perpetua e granitica circolarità, non è originale (gliel’anticipano gli italianissimi Fast Animals And Slow Kids in “Hybris”, 2013, cfr). Nella sua polpa migliore è, comunque, un Canterbury sound scolpito dalla cura digitale. Due anni di lavorazione.

Tracklist

  1. Austerity Boy
  2. Horses pt. 1
  3. Horses pt. 2
  4. Animals
  5. The Modernist
  6. How Things Are Made
  7. My History
  8. What You Want To Do
  9. Mesopotamia

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