Il torinese Deian Martinelli debutta con l'autoprodotto canzoniere di fiabe folk-psichedeliche in bassa qualità de “Il fantasma dell’impossibile”(2007), un coacervo di arrangiamenti antiprofessionali ma colorati e Eels-iani, e di interpretazioni dall’ardore quasi ecclesiastico. Il secondo “Omonimo” con Lorsoglabro (Snowdonia, 2009) è il competente tentativo di ripresa e sfida di convenzioni vaudeville (“Che ci vuoi fare?”, “Medio”), blues da piano-bar (la lunga “Nonostante i lampioni”, con cacofonia montante e fanfare free-jazz), ibridi cantautoriali (Dylan in “Danno permanente”, De André in “Una bella novità”) e stereotipi di ogni sorta, dalla pianistica “Paura” alla levità di “Lei non sa chi sono io”. Martinelli concerta il tutto nel coerente legante della sua scrittura volutamente sciatta, e soprattutto in una produzione scintillante, ampia e rigogliosa, che fa sembrare il predecessore un demo. E’ questo il suo vero punto di partenza.
Dopo aver collaborato con Andrea “Oratio” Corno per “Discorrendo Senza Ratio” (2012), e aver contribuito al terzo volume della serie di mini “Cartoni Dannati” (2013) con “Nanà Supergirl”, Martinelli richiama di nuovo con sé i suoi Lorsoglabro - Gabriele Maggiorotto e Alberto Moretti - per il nuovo “Prezzo Speciale”.
L’apertura “Il fiume”, Neil Young-iana, tuonante, stregata e sinfonica, esprime persino trascendenza nei vasti spazi di una grand ballad. Ciò che segue è incredibilmente all’altezza pur non ripetendosi: i gioiellini meta-pop alla Brian Eno di “Virtu reale” e la title track, lo pseudo-gospel Beach Boys-iano dal refrain grandioso di “Avanguardia”, gli accenti barrelhouse in un ritmo poderosamente ballabile di “Il possibile”, il commovente salmo di fantasmi di “Preghiera”, l’esercizio di trasfigurazione mistica del vaudeville di “Cono scomposto”.
La jam lisergica di “Hallopollo” invece porta in primo piano la grande abilità dei Lorsoglabro. Oscillazioni e tremori ambientali imbastiscono un insistente ordine ritmico, scandito maniacalmente alla maniera dei corrieri cosmici tedeschi, con pigolanti tocchi di country psichedelico alla Jerry Garcia e continuum vocali-corali, danze tribali, escursioni cacofoniche e cosmiche. Spettacolare, ma viene da chiedersi il motivo di tanta ambizione per un disco cantautoriale, di tanta stridente incoerenza tale da squarciare in due il disco. Il solo Martinelli risponde dunque con “Cani Jah”, trenodia “impossibile” come una di quelle di Robert Wyatt, un conguaglio di droni e suoni della psiche che soffocano una timida elegia per tastiere elettroniche. Con questi due piccoli capolavori il disco fa il vuoto attorno a sé in termini stilistici.
Uno dei più ispirati album di canzoni d’autore italiani degli ultimi dieci anni. Menzione anche ai testi che raramente portano a un vero significato, e forse nemmeno possiedono un vero e proprio significante: sono non-sense per epurare il non-sense intellettualoide che va per la maggiore e inquina, ma sprigionano comunque uno sdutto, tagliente lirismo. Riprese di Ezra Capogna, Alessandro Arianti e lo stesso Martinelli (mixa personalmente “Cani Jah”). Edito in collaborazione con Edisonbox.