I Finistère sono un progetto nuovo, ma tutti e quattro i musicisti che compongono la band hanno tanta esperienza, a cominciare dai due leader, Carlo Pinchetti (Daisy Chains) e Matteo Griziotti (Merci Miss Monroe, The Lonely Rat). Di solito, quando musicisti con tanti anni di attività formano una nuova band, i casi sono due: o decidono di creare qualcosa di complesso e ricercato, oppure hanno solo voglia di fare qualcosa di rilassante e quindi propongono musica semplice senza fronzoli.
I Finistère vanno per questa seconda strada e, in queste undici canzoni, mostrano una sezione ritmica regolare, un songwriting lineare, due chitarre dalle linee sempre semplici e che si comportano secondo il più tradizionale schema solista più ritmica e un cantato pulito, per quasi tutto il tempo a due voci che viaggiano su armonie che sembrano più spontanee che studiate. I testi sono in italiano e lo stile melodico ricorda quello dei Numero6.
Il rischio di un impianto del genere è, evidentemente, quello che alla lunga tutti i brani sembrino sempre la stessa canzone. Qui, però, questo non si verifica e il lavoro si ascolta con piacere dall’inizio alla fine senza che esso suoni mai ripetitivo, nonostante insista sempre sulle stesse caratteristiche di base. Il merito è, innanzitutto, delle melodie, tutte di buona qualità e che rimangono sempre su un livello costante in modo che risulti difficile sceglierne una o più da preferire alle altre.
Poi, parlare di ritmica regolare e di linee di chitarra semplici non significa certo mancanza di fantasia o varietà tra un brano e l’altro, infatti ogni canzone ha una propria identità: alcune sono più vivaci e altre più tranquille, in alcune il suono è prettamente elettrico e in altre c’è invece una componente acustica; inoltre, talvolta appaiono una tastiera e una tromba a dare un po’ più di colore a tutto l’insieme. Anche i testi danno un buon contributo alla varietà complessiva del disco, tra momenti in cui ci si guarda dentro, confessioni private e altre situazioni in cui ci si guarda un po’ più intorno.
Così, tra una “Lo So Che Mi Odi” incalzante e senza peli sulla lingua, una “Rivolta” compassata e con risvolti sociali, una “Sfida” sognante e nostalgica, una “Esponda” morbida e orgogliosa e una “Pensi A Niente” che porta un po’ di tensione e negatività proprio sul finale, il disco scorre via facile e, come detto sopra, mantenendosi sempre interessante e valido. Se vi piacciono i dischi la cui semplicità è frutto di un’attenzione ai dettagli che non è mai il fine, ma solo un mezzo – ed è difficile che dischi così non vengano apprezzati – l’ascolto di questo debutto è consigliato.
13/01/2015