Junkfood

The Cold Summer Of The Dead

2014 (Blinde Proteus / Trovarobato Parade) | post-rock, avant-jazz

Un mare di angosciante terrore squarciato da lampi avant-jazz e dolorose sfuriate strumentali, a metà strada fra l’odissea e la redenzione, in cui non trovano spazio la voce e le parole. C’è solo una frase, oscura e simbolista, a dare il titolo a questo secondo lavoro dei bolognesi Junkfood. “The Cold Summer Of The Dead”, traduzione dall’ultimo verso della poesia “Novembre” di Giovanni Pascoli, non poteva rappresentare una cornice emotiva e concettuale migliore, il punto di inizio e di arrivo perfetto di un album che simboleggia, letteralmente, una discesa senza ritorno negli Inferi e nelle pieghe più nascoste della psiche umana, in tutti i suoi tormenti e le sue irrisolvibili inquietudini.
Registrato in presa diretta alle Officine Meccaniche di Milano da Tommaso Colliva (già produttore per Calibro 35, Afterhours, Verdena, Muse e altra bella gente) e mixato sempre dallo stesso Colliva, la nuova creatura dei Junkfood prende forma nel novembre 2012 e, dopo più di un anno di attesa, vede la luce uscendo con Trovarobato Parade e Blinde Proteus, l'etichetta di Simona Gretchen.

Rispetto al precedente "Transcience" (uscito sempre per Trovarobato Parade nel 2011) il mood si fa più severo e solenne, la scrittura più compatta e muscolare: è proprio la luce l'elemento che, almeno in apparenza, sembra mancare in queste otto tracce sofferte e decadenti, a tratti cinematografiche, negative fino al midollo e decisamente claustrofobiche nel loro incedere metallico e sporco. Manca il caldo bagliore della speranza, manca il chiarore di un'estate che, come già il pessimismo nostalgico di Brian Wilson ci aveva anticipato, è irrimediabilmente finita. E, forse, non è mai davvero iniziata.

Ma in mezzo a questa coltre di nubi opprimente e spettrale che aleggia durante tutto l’ascolto di “The Cold Summer Of The Dead”, c’è la musica. Visionaria, granitica, imponente e, a dispetto del titolo, assolutamente vitale. C’è tanto jazz d’avanguardia, rintracciabile nei passaggi di tromba di Paolo Raineri e nelle linee di basso saltellanti di Simone Calderoni, che dona imprevedibilità a una scrittura spesso troppo ostinatamente matematica e controllata. C’è la scelta di una netta ibridazione (e dilatazione) del tema, risultante di un approccio alla forma-canzone marcatamente post-rock che ricorda i Mogwai più cupi e meno spaziali o i Verdena di “Requiem” - la bellissima “In circes” è lì a dimostrarcelo - mentre a volte viaggia su più incerti territori math-noise assimilabili ai nostri Zu: grande merito, qui, va alla chitarra sanguinante di Michelangelo Vanni, nonché a un sapiente lavoro in fase di produzione.

C’è un uso intelligente dell’elettronica, che regala una veste nuova a ciascuno strumento in una dimensione rigorosamente live, in presa diretta. Ed è così che, in mezzo ai deliri rumoristici in apertura e chiusura dell’album - quasi a voler chiudere un ideale cerchio - si trovano veramente un sacco di cose. Dalle cavalcate nevrotiche scandite dalla batteria di Simone Cavina (“Days Are Numbered”) agli scenari desertici che quasi ricordano certe divagazioni strumentali dei primi Soundgarden (“The Maze”), dalla mogwaiana “On Canvas” al freddo cuore di “The Quiet Sparkle” e “Below The Belt”, quest’ultimo forse il pezzo più interessante e vario che meglio riassume la musica dei Junkfood.

Buio, claustrofobia, pessimismo cosmico, venti gelidi e tormenti inferiori convivono con rivelazioni inattese, rabbia artistica, lampi di luce, deflagrazioni creative, spinte al cambiamento. L'eterna battaglia della morte contro la vita. Potrebbe stupirci.

(30/01/2014)

  • Tracklist
  1. In
  2. Days Are Numbered
  3. The Maze
  4. On Canvas
  5. The Quiet Sparkle
  6. As One
  7. Below The Belt
  8. In Circles
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