Il 2014 è stato l'anno in cui raster-noton ha rialzato la testa. Curioso dire questo quando si parla di un'etichetta, non fosse appunto che quella che
Alva Noto,
Byetone e il qui presente
Frank Bretschneider hanno costruito con la loro creatura discografica è una realtà che va ben oltre il mero pubblicare dischi. E che ha anzi agito, attraverso una minuziosa e costante selezione di artisti e uscite e un approccio scientifico-utilitaristico, come vero e proprio artista collettivo. Generando negli anni un
sound che oggi chiamiamo
abstract-techno ma che per molti è, resta e resterà il
raster sound. Diciamo tutto questo perché il nuovo disco di Bretschneider è forse la conferma più lampante di almeno due dati.
Il primo è che il colpo di coda dell'anno scorso - rilancio di un
brand che non meno di due anni fa sembrava essere legato qualitativamente ormai alle prodezze del solo Nicolai – va attribuito all'ingaggio di una serie di nuove leve che dal
raster-sound storico hanno da tempo preso le mosse (
Kyoka,
Ueno Masaaki e
Kangding Ray su tutti) o al tentativo riuscitissimo da parte degli altri due padri fondatori di variare il tema e contaminarlo (
Diamond Version). La seconda è che lo stato di crisi di quest'ultimo, per mano dei suoi teorizzatori e interpreti storici (cfr. anche gli ultimi
Senking e Pixel), è tutto fuorché superato e che probabilmente “Sinn + Form” segna la sua definitiva discesa sotto la linea dell'orizzonte. Posto che sia possibile comprendere in quel filone un lavoro che ne mantiene solo ed esclusivamente le coordinate primordiali.
Sul disco purtroppo c'è poco da dire: una raccolta di elucubrazioni disfunzionali che ai meno avvezzi sembreranno rasentare la presa in giro. In chi invece abbia pelle più dura e mente più aperta, non potrà che trionfare una noia inesorabile, una sensazione di perenne “paralisi” dietro il tentativo di scarnificare ulteriormente e portare alle estreme conseguenze formali un
sound vecchio dentro. E non basterà un
concept affascinante che si prefigge di studiare il mondo caotico visto dalla prospettiva delle scienze e di attaccare l'uomo e la sua mania di controllarlo. Non basterà a giustificare il ricorso a stilemi glitch che risalgono ai primi
Oval e ai General Magic, come se in vent'anni scarsi non si fossero trovati mille e più modi di applicare sul pratico quella ricerca teorica.
E non basterà, purtroppo, nemmeno la solita scusa con cui Bretschneider si salva dai tempi in cui si faceva chiamare Komet. “L'anima formale, colui che ha disegnato le geometrie in cui Byetone ha pompato sostanza sonora, prima che Alva Noto modellasse e rimodellasse la miscela a modo suo”: tutto verissimo, e nessuno qui discute i meriti indiscutibili a livello storico di un musicista il cui curriculum parla da sé. Ma il confronto con la recente
release d'archivio che lo vede impegnato a giocare coi
microsound delle sue origini - e che a dieci anni di distanza suona più attuale di questo stanco e affannato ritorno a suoni che nemmeno
Peter Rehberg in persona riuscirebbe a tollerare – è a dir poco impietoso.
Encefalogramma piatto e polso assente. Che sia o non sia il manifesto del tramonto di un
sound, è di sicuro il punto più basso mai toccato da un artista che sembra ogni disco di più aver perso, prima ancora della voglia di ricercare e sperimentare, qualsiasi idea o forma di creatività. Gli elementi, insomma, che rendono un artista tale.