Come il placido, catartico fluttuare armonico di “Space Mountain” ci racconta, il progetto The World Of Dust di Stefan Breuer si colloca, con quell’arpeggiare caldo di acustica e quel timbro tra l’apatico e il contemplativo, pienamente nell’orbita dei conterranei I Am Oak (e Thjis Kruijken compare ai backing vocals in una traccia) e del loro suggestivo slow-folk autunnale.
La stessa scrittura di Breuer, fatta di ripetizioni e sinuose variazioni armoniche, oltre al sound, ricorda da vicino quell’esperienza, con in più un tono rituale Sparhawk-iano, che si manifesta ad esempio nell’ammiccare psichedelico di “Peach”.
Un rituale che si svolge tutto in un paesaggio ovattato, contornato ad esempio da mormorii dronici (“Hyenas”, con Julien Pras ai backing vocals), o da fatate sonorità glaciali, come in una vita che si scalda in un desolato ma non ostile mondo innevato, o sommerso di polvere (“Gospel”) – il regno del ventre materno.
Si completa così una piccola gemma del folk europeo di quest’anno, fatta appunto di contributi minuti (otto brani per poco più di venti minuti di musica), atomici tasselli che vanno a comporre questa “montagna spaziale”, luogo ineffabile e superumano, di fronte alla quale l’uomo pare poter produrre solo un insieme limitato di suoni ed espressioni – come le cavernose percussioni delle strofe di “Gold And Silver”. Una suggestione difficile da scrollarsi di dosso.
10/11/2015