Sempre curato e ricco di dettagli lirici, il folk-pop dei To Kill A King giunge al secondo capitolo discografico virando ancor più verso il mainstream, con canzoni tanto accattivanti quanto inclini alla routine.
Spingendo l’acceleratore sul lato epico dei Mumford & Sons, e forzando l’enfasi da rock-stadium alla Coldplay, la band inglese si getta a capofitto nelle braccia del successo mordi e fuggi.
In verità la loro attitudine melodica è di quelle che strappa un sorriso anche all’ascoltatore più smaliziato, che rischia di scovare armonie alla Arcade Fire come quella di “School Yard Rumours”, o effusioni alla Imagine Dragons o Bastille sparse qui e là, insieme a una miriade di citazioni che coprono più decenni della storia del pop-rock da classifica.
“To Kill A King” non cambia di molto le sorti dell’esordio, ma sottolinea qualche richiamo retrò più marcato, evocando sia i Men At Work (“Compare Scars”) che i Crash Test Dummies (“Good Times”), in un imprevisto deja-vu di figure outsider delle classifiche dell’epoca, ovvero di quegli anni dove un buon video era sinonimo di successo.
Le prospettive moderne sono visibilmente differenti, ed è questo uno dei motivi del minor appeal della loro proposta, che rimane comunque in un ambito pop di piacevole crossover tra le pulsioni più nobili di band come i Prefab Sprout e quelle più grezze degli Inxs (“LoveIs Not Control”), fermo restando il continuo richiamo ai Mumford & Sons (“World Of Joy”).
“To Kill A King” è un album pop accattivante, dal fascino istantaneo, ma è anche frustante e deludente nella sua prevedibilità. Tra echi di Noah & The Whale (“Oh My Love”) e una piccola perla come “The Chancer”, la band riesce a ricreare in parte l’inesauribile energia dei suoi live act, il suo pop-rock poco originale non risulta sufficientemente malizioso per poter facilmente penetrare nei gusti di un pubblico sempre più onnivoro e sonnacchioso.
26/07/2015