I Great Saunites, il basso distorto di Atros (Marcello Agroppi) e la batteria infaticabile di Leonard Layola (Angelo Bignamini) danno un veloce seguito a “Nero” (2016) con “Green”.
I venticinque minuti di “Dhaneb” sono un allenamento space-rock incredibilmente statico, niente a che vedere coi mastri Hawkwind. L’unica parte appena più avvincente è una variazione a passo cingolato con il basso che ulula feedback, ma che poco si discosta da una confusa routine psichedelica: dopo più di dieci minuti di progressione, il clima del brano non cambia; svanisce in una landa lisergica prima di riprendere col tempo primo.
Il furore, più brasileiro che cosmico, di “Antares” (ventun minuti) ha uno sprint e una frenesia forse superiori. Dopo quattro minuti sembra però aver già esaurito il carburante, come una “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd che interrompe il processo di disintegrazione, rimanendo a mezz’aria tra improvvisazione e ripetizione inebetita del tema.
Secondo capitolo di una trilogia “cromatica”, registrato e pubblicato nello stesso anno del predecessore. Nobilissime le intenzioni, solo due brani estesi, che però si possono asciugare a – forse – due idee per brano, e rimasticate. Puntano alla trance, ci riescono in parte perché a eruttare sono sensazionalismo ed esibizionismo. Sforzo fisico, quello sì notevole, più che musicale. Il canto (fantasma) in “Dhaneb” è di Mike B dei Viscera. Tiratura limitata con “visual layouts” di Giorgio Salmoiraghi. Co-produzione con Toten Schwan.
14/01/2017
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