Deakin

Sleep Cycle

2016 (Autoprodotto) | psych-folk

Correva l'anno 2009, un'annata decisamente da incorniciare per gli amanti della cosiddetta neo-psichedelia a stelle e strisce. Due album su tutti: "Embryonic", il kolossal lisergico dei Flaming Lips, ma soprattutto il meraviglioso "Merryweather Post Pavillion", vero e proprio apice della carriera di quella straordinaria band che risponde al nome di Animal Collective.
Al contrario, il 2009 di Josh "Deakin" Dibb, che del Collettivo Animale è co-fondatore e vero e proprio outsider, non sembrava nascere sotto i migliori auspici: la sua iniziativa di crowdfunding per la realizzazione del suo primo album solista non andò bene, tra ripensamenti di natura etica sul finanziamento da parte dei fan e dubbi sulla qualità del materiale prodotto, così il progetto rimase mestamente nel cassetto per lungo tempo. Un peccato, specialmente se si considera la qualità dei lavori fino a quel momento prodotti dalla band e dai suoi membri in solitaria (l'incredibile "Person Pitch" di Noah Lennox aka Panda Bear, tanto per dirne uno).

Sette anni dopo, in totale autonomia economica e completamente autoprodotto, Deakin fa uscire "Sleep Cycle", concentrato in sole sei tracce libere e della durata complessiva di poco più di mezz'ora. Ed è in questo breve lasso di tempo che si svela ai nostri occhi la delicata bellezza di un lavoro onesto, introspettivo, lontano anni luce dagli ultimi dischi elettronici e ultrazuccherosi dei suoi saltuari compagni di viaggio. Non è un caso che, tolta la parentesi di "Centipede HZ", il nostro non faccia parte del Colletivo da ormai quasi un decennio.
"Sleep Cycle" è un disco che affonda le sue radici direttamente in quel free-folk tanto caro ai primi AnCo senza essere troppo autoreferenziale, densissimo eppure di grande respiro, in cui l'elettronica (quando c'è) non è mai il fine, bensì un mezzo che contribuisce a dare forma alla melodia anarchica e svolazzante.

L'apertura di "Golden Chords" disegna uno scenario bucolico con gentili arpeggi di chitarra acustica, mentre tutt'intorno la natura fa capolino con rumori di grilli notturni e Deakin recita una dolcissima ninna nanna vagamente hippie al chiaro di Luna. Con la psichedelia spaziale di "Just Am" si entra nel cuore pulsante dell'album: "Just Am" è un mulinello psych-pop a cielo aperto, una specie di luminoso sogno lucido in punta di pianoforte, tanto straniante e liquefatto nella forma quanto perfettamente focalizzato nella sostanza.
Gli oltre sette minuti di "Footy", poi, sono di una bellezza abbagliante. Rumorismo primordiale e bucolico che caratterizzava la cifra stilistica dei migliori Animal Collective di "Here Comes the Indian", con incursioni di sintetizzatori (molto simili in quelli già degustati in "Die" del nostro Iosonouncane) e un cantato allucinato che ricorda molto da vicino quello dell'ex-compagno d'avventura Avey Tare.
Nel mezzo, le oniriche "Shadow Mine" e "Seed Song" offrono quel tocco di esoterismo di vaga matrice africana, fonte di ispirazione primaria per il musicista californiano.
In chiusura "Good House", delicata elegia sui sentieri ambient-folk di "Feels", che va a completare l'ideale cerchio aperto da "Golden Chords". Tutto molto bello.

Chissà come suonerebbero oggi gli Animal Collective se Deakin avesse proseguito il suo percorso insieme a loro. Intanto, il buon Josh dovrà andare fiero del suo "Golden Chords", senza dubbio tra i migliori lavori solisti dei membri del Collettivo, dopo il già citato "Person Pitch". Promosso a pieni voti.

(18/05/2016)

  • Tracklist
  1. Golden Chords
  2. Just Am
  3. Shadow Mine
  4. Footy
  5. Seed Song
  6. Good House
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