Dressy Bessy

Kingsized

2016 (Yep Roc) | indie-pop, bubblegum

Ci sono artisti per i quali gli anni Novanta non finiranno mai. E questo indipendentemente dalle scuffie di ritorno dell’ennesimo revival, di chi quei giorni belli li ha vissuti magari solo da ingenuo ascoltatore nel chiuso di una cameretta. Non è soltanto l’anagrafe a preservare Tammy Ealon e i compagni della ditta Dressy Bessy da questa ipotesi, visto che la band di Denver, affiliata Elephant Six con venti primavere appena festeggiate, le sue fragranze nineties non ha mai smesso di effonderle.
Tra vecchie querce e matricole interessanti, la declinazione nerboruta dell’indie-pop nordamericano non ha mai voluto (o saputo) rinunciare a prerogative che in quell’humus così fertile affondano da sempre le loro radici. Negli ultimi tempi tante compagini più o meno emergenti hanno fatto il bello e il cattivo tempo in questi territori, dai Tacocat agli Sugar Stems, ma è il ritorno autorevole della formazione del Colorado, dopo un settennato sabbatico e una quasi equivalente fase di appannamento (diciamo dopo l’uscita dalla Kindercore), a poter rappresentare un nuovo picco di luminosità. Sembra voler rivendicare in modo perentorio, se non altro, il posto che la creatura della Ealom dovrebbe occupare di diritto nel sottobosco indie a stelle e strisce.

Incalzante, infettiva e irresistibile come una scorribanda dei Tullycraft, “Lady Liberty” fa gli onori di casa tra svisate alla saccarina, un sound dolcemente ruvido e il cameo della dodici corde jangle-pop di Peter Buck. Affinità con la band di Sean Tollefson e Jenny Mears che si fa addirittura impressionante in “Honey Bee”. Nella categoria espressiva di riferimento, musica suonata a regola d’arte, senza sbavature, con il solito bernoccolo per la melodia, sonorità – tra diy e robuste cromature – che non si potrebbero immaginare più filologicamente corrette e un canovaccio magari non così elaborato, ma perfetto per sfornare a ripetizione refrain killer.

I redivivi Dressy Bessy eludono le limitanti trappole stilistiche del twee grazie a un suono più agguerrito e profondo, merito anche dello stuolo di ospiti extralusso: Scott McCaughey (Minus 5, Baseball Project), il cui organetto trasforma “Dirty Birdies” e “Say Goodbye” in viziose caramelle pop, oltre all’ex-Rem, a Eric Allen (Apples In Stereo), Jason Garner (Polyphonic Spree), Andy Shernoff (Dictators) e Rebecca Cole delle Wild Flag (compagna di squadra di Tammy ai tempi dei Minders). Soprattutto sfoderano il medesimo dualismo tra svenevolezza e aggressività già ostentato dagli ultimi Vaselines (“Make Mine Violet”). Ancora una volta si muovono tra i Ramones e il classico girl-group, ma con in più il sottile retrogusto floreale del glorioso collettivo di Athens, una vena mai davvero sopita. Le nuove canzoni sono come i bonbon prediletti che si mangiava un tempo: il sapore è sempre identico a se stesso, ma ritrovarlo è un piacere a prescindere e invita all’abbuffata.

Non si segnalano particolari scarti stilistici o qualitativi tra un brano e l’altro, per cui si apprezza l’insieme come una fuoriserie ben rodata e dalle elevate prestazioni, lasciandosi poi traviare magari da un episodio appena più catchy o trottante degli altri come “Pop Phenom”, meravigliosamente acidognolo. Di certo in questa occasione il terzetto appare tonico e non si registrano cedimenti, cali di intensità o giri a vuoto. Se la title track richiama il rutilante, dolciastro power-pop degli Imperial Teen (e di infinite altre formazioni), decretando nel raffronto il sostanziale vantaggio sui competitor per via di uno stato di salute incoraggiante, “Get Along” graffia con gentilezza e irretisce l’ascoltatore grazie alla sua miscela di punk-pop e bubblegum riverberato, alla rude malia costantemente espressa (sorretta da un impianto ritmico energico), alle favolose sventagliate di chitarra e alle pose da monella di una Tammy in grande spolvero, davvero nel pieno di una seconda (e francamente insperata) giovinezza.
I testi ironici e antiaccademici fanno il resto, come a mettere in chiaro che, oltre a un easy-listening di classe superiore e a un’energia contagiosa, c’è tanto altro. E’ puro disimpegno, insomma, ma con la “D” maiuscola (“Cup 'O Bang Bang”).

Oltre al cuore e al ritmo, appare rimarchevole anche quella perizia da ragionieri, matematica, quadrata, inesorabile (e così anni Novanta, in fondo), che rende l’album una vera macchina da guerra, come il rigoglioso finale elettrico di “In Particular” testimonia nel modo più eloquente e mordace possibile. A voler cercare per forza una pecca, si potrebbe contestare l’eccessivo minutaggio a fronte di una tavolozza sonora e umorale non così variegata, che può risultare stancante per gli avventori occasionali o meno smaliziati. Sull’altro piatto della bilancia, non è pregio da poco che il gruppo abbia scelto di limitare la galleria di eccentricità ai curiosi ma peculiari sbaffi di genere, senza cedere di un millimetro alle contaminanti tentazioni (dell’elettronica soprattutto) oggi a tal punto di moda da risultare quasi imperative. La denominazione di origine controllata e garantita è salva, insomma.
Come il marchio So 90's idealmente stampigliato sul retro.

(09/03/2016)

  • Tracklist
  1. Lady Liberty
  2. Get Along (Diamond Ring)
  3. These Modern Guns
  4. Pop Phenom
  5. Kingsized
  6. Cup 'O Bang Bang
  7. Giddyup
  8. Honey Bee
  9. Make Mine Violet
  10. 57 Disco
  11. Dirty Birdies
  12. Say Goodbye
  13. In Particular
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