In Flames

Battles

2016 (Nuclear Blast) | pop-metal

Recensire gli In Flames è sempre un compito difficile, perché si tratta di un gruppo popolare in ambito metal ma che ha attuato svolte musicali molto controverse nel corso della propria carriera. Si devono quindi fare i conti con frange di pubblico diversissime per estrazione, gusti e opinioni - in molti casi queste ultime sono già formate a priori, e si rischia di alimentare polemiche tra "echo chamber" polarizzate.
Nel nuovo millennio i risultati della loro svolta musicale, distanziatasi di molto dalle formule stilistiche degli esordi ma arricchita da divagazioni melodiche e sguardi alla scena metal alternativa dell'anglosfera, sono stati altalenanti anche all'interno degli stessi album e hanno spaccato in due critica e pubblico.
Gli ultimi due dischi ("Sounds Of A Playground Fading" e "Siren Charms"), nonostante una fan-base accresciutasi, purtroppo hanno visto un netto calo qualitativo nell'offerta proposta dal gruppo, anche a causa della mancanza del chitarrista fondatore Jesper Strömblad andatosene per problemi legati all'alcool e ad alcune divergenze artistiche. Complessivamente semplificatosi, il sound degli In Flames non ha sfruttato appieno la propria vena melodica e ha iniziato a ripetere i cliché (propri e altrui) più orecchiabili, risultando artisticamente monotono.

Il nuovo "Battles", uscito l'11 novembre e anticipato dal live "Sounds From The Heart Of Gothenburg" incentrato sull'ultimo decennio musicale degli svedesi, prova a variare un pochino la proposta ammorbidendo un poco gli arrangiamenti, ma segue la stessa scia degli ultimi album e ne esce un album slavato e mediocre.
Non critichiamo l'essere melodici, né siamo nostalgici del passato più "pestato" del gruppo (che sarebbe irrealistico, stantio e incoerente riproporre a 20 anni di distanza). La melodia in sé può ben essere un buon investimento e bisogna avere classe per azzeccare le strofe più trascinanti senza stancare subito dopo. Gli In Flames sono semplicemente un gruppo che non trova idee nuove e ricicla quelle poche più riuscite degli ultimi album per mantenere appiglio radiofonico - se va bene. 
Le chitarre di Björn Gelotte e Niclas Engelin dipingono ogni tanto melodie riuscite, ma per la maggior parte del tempo faticano a produrre riff che non siano ripetizioni di uno stampino usato e abusato. Lo stesso Anders Fridén è ormai peggiorato nel tempo (anche in sede live!), non riuscendo più a sostenere efficacemente né le linee vocali più melodiche né quelle più aggressive senza far ricorso al ritocco digitale. I suoi testi sono tra i meno profondi e ricercati da lui scritti, rendendo i brani canzoncine annacquate, innocue, diluite per un pubblico adolescenziale, ripulite dalla tensione emotiva a cui ci aveva abituato.
La batteria, che dopo la partenza dello storico batterista Daniel Svensson è stata affidata al giovane Joe Rikard (proveniente dalla scena christian-rock americana) è molto piatta e banale. Ci sono passaggi dove si avvertono taglia & cuci in fase di digitalizzazione del suono per ovviare a dei fuori tempo, ed è missata in maniera plasticosa. È evidente la mancanza di affiatamento col resto del gruppo, ma non si può inserire così come se nulla fosse un 28enne proveniente da tutt'altra scena musicale in un gruppo di over-40 che suonano assieme dall'adolescenza e hanno avuto un percorso musicale e formativo diverso. Forse Rikard farà presa su di un pubblico giovanile anglofono, ma la classe di Svensson rimane su di un altro livello.
Nota positiva della produzione è che si torna a udire dopo tanto il basso di Peter Iwers, ma la sensazione è che sia sprecato.

Ciò non impedisce di scrivere alcune canzoni che sappiano essere orecchiabil al punto giusto: ci sentiamo di menzionare l'iniziale "Drained" (che fa invece già ben sperare) assieme al successivo singolo "The End" (che aveva catturato l'attenzione i mesi scorsi), "Like Sand", l'atmosferica ed emozionale "Wallflower" e la traccia bonus groovy "Greatest Greed". 
Ma il gruppo lo fa non introducendo idee pop che suonino fresche e genuine, bensì nella maniera più facile e banale, cioè ritrasponendo i ritornelli dei più stereotipati gruppi post-hardcore/metalcore melodici d'oltreoceano e indugiando in trend da classifica vecchi di anni (gli esempi più eclatanti sono "The Truth", con i suoi cori di bambini che ricalcano "Youth Of The Nation" dei P.O.D., e "Save Me" introdotta da un sintetizzatore preso in prestito da "Throne" dei Bring Me The Horizon, gettando una brutta ombra sulla freschezza di idee del gruppo) se non autoriproponendosi ("Likes Sand" addirittura riutilizza riff da "Square Nothing" del 2000!). A riprova, gli svariati produttori citati tra gli autori dei brani assieme ai componenti del gruppo (in primis l'esperto Howard Benson che ha già lavorato con numerose formazioni anche alternative-metal e melodic-metalcore), a evidenziare la loro interferenza nel songwriting. E sono ormai tre dischi di fila minati da momenti effimeri, stucchevoli o riempitivi (l'ultimo album valido, per chi scrive, è "A Sense Of Purpose" del 2008). 

Arrivati a questo punto sarà ovvio per molti fare un confronto con i vecchi amici Dark Tranquillity, usciti pochi giorni prima con il loro "Atoma"
In realtà però i paragoni non si dovrebbero fare con i Dark Tranquillity, perché hanno sviluppato uno stile del tutto differente. Inoltre sono in ottimi rapporti (Gelotte è pure ospite in un brano su "Atoma") e non adorano simili confronti. Andrebbero piuttosto fatti con altre formazioni svedesi che come gli In Flames hanno ispirato e si sono ispirate ai gruppi americani e britannici.
Qualcuno penserà ai Soilwork, ma non stiamo parlando di loro. Ci sono stati gruppi che coniugano melodia e chitarre distorte più interessanti e creativi dal cuore stesso della città di Gothenburg. Potreste pensare agli Engel, perché nella loro formazione c'è lo stesso Niclas Engelin, noi però vogliamo ridare luce a un gruppo perduto: il progetto Passenger (da non confondere con l'omonimo cantautore inglese).
Un gruppo composto sempre da Engelin e anche da Fridén, che offrì per l'occasione forse le sue performance vocali migliori di sempre (in una sorta di risposta europea a Chino Moreno). Pubblicò un solo pregevole disco omonimo del 2003, dove vengono sapientemente mescolati riff tra hard-rocknu-metal, azzeccatissime melodie pop, atmosfere mature e introspettive, spunti elettronici e dark-wave. Consigliamo di riscoprirlo perché è la prova di come si possa essere originali, freschi e creativi anche giocando con la melodia.

Da segnalare infine che un paio di mesi fa Jesper Strömblad è entrato in una breve polemica (probabilmente viziata dai problemi con l'alcolismo prima citati) con il resto del gruppo, definendolo "una nave che affona" perché offeso da un'intervista a Fridén di due anni prima ancora ripescata all'improvviso, in cui afferma che comporre senza Jesper è più semplice perché servono meno compromessi. In precedenza ha polemizzato anche con il gruppo death&roll The Resistance, fondato dopo aver lasciato gli In Flames e da cui è uscito a inizio anno.

(22/11/2016)



  • Tracklist
  1. Drained
  2. The End
  3. Like Sand
  4. The Truth
  5. In My Room
  6. Before I Fall
  7. Through My Eyes
  8. Battles
  9. Here Until Forever
  10. Underneath My Skin
  11. Wallflower
  12. Save Me 
  13. Greatest Greed
  14. Us Against The World
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