Impresa non facile – o addirittura utopica – sigillare una vita in musica, da un capo all’altro della matassa. “End To End” per l’appunto: le due estremità di una linea, l’inizio come la fine, e oltre di esse il silenzio. Al traguardo degli 83 anni, per il contrabbassista d’avanguardia Barre Phillips c’era tempo e spazio soltanto per altri tre encore, suddivisi in movimenti e compilati nel disco finale per la ECM, a lungo una seconda casa per la sua peculiare arte sonora.
Tutto finisce, per l’appunto, come ebbe inizio: cinquant’anni fa, similmente al coevo “For Alto” di Anthony Braxton, “Journal Violone” fu il primo album d’improvvisazioni per basso solo, andando a rivendicare un’autonomia che risale alle sei suite per violoncello di Bach. E a differenza di quella pietra fondante dell’avant-jazz, definita da Phillips come “soltanto suoni per basso”, in effetti non è sbagliato riconoscere una certa eleganza barocca in queste ultime meditazioni, ove non si presentano mai dissonanze marcate, e anzi si respira il lirismo tipico delle produzioni di Manfred Eicher – il quale ha pur spesso accolto l’indole più selvaggia di Phillips, espressa al fianco di fuoriclasse come Dave Holland, Paul Bley e Evan Parker.
Per me questo album non è diverso rispetto a qualsiasi altro precedente. Faccio ciò che mi è pertinente, e il mondo esterno fa la sua danza del pollice in su o in giù. [*]
È un de profundis solitario ma fiero, del tutto noncurante della misura in cui possa accontentare l’una o l’altra fazione – puristi o avanguardisti, nel jazz come nella classica – dando pienamente voce a un canto dell’anima anziché al potenziale nascosto dello strumento-oggetto. In questo caso, anzi, Phillips non intende far mostra di tecniche estese delle quali ha ormai pieno controllo: piuttosto si abbandona spontaneamente a echi klezmer, convoluti arabeschi e fughe sciarriniane in armonici naturali (“Inner Door”), inseguendo l’intuizione melodica del momento con piglio quasi impressionista.
In contrasto con il mood arioso predominante e l’accurata cesellatura delle singole note, nel quarto movimento di “Quest” e di “Inner Door” la mano oscilla ossessivamente tra due accordi minori, di modo che sia il rimbalzo costante dell’archetto sulle corde a dettare il ritmo della scura digressione, mentre la seconda parte di “Outer Window” è ancor più nervosa ed ermetica, laddove le percussioni sulla superficie in legno lasciano trasparire soltanto un’ombra di tonalità.
Il sentiero tracciato nel corso dell’album non giunge a una conclusione commossa o grandiosa, ma d’un tratto ritorna nel silenzio come se ogni gesto fosse stato sostanzialmente effimero, provvisorio. La “fine” di Barre Phillips, insomma, non fa che rimarcarne la sostanziale impossibilità: un testamento filosofico e spirituale, ancor più che musicale.
[*] Dichiarazione rilasciata a The Wire, agosto 2018
14/09/2018