Brisa Roche'

Father

2018 (One Hot Minute) | songwriter

Ed ora qualcosa di completamente diverso: un disco nel nome del padre, doloroso, sfrondato, maturo e in bianco e nero come la copertina di Jean-Baptiste Mondino. Brisa Roché cambia pelle in modo del tutto inatteso e la sua quinta sorprendente raccolta, fuori appena due anni dopo la precedente fatica, si impone abbastanza perentoriamente tra i titoli più convincenti del suo catalogo, forte di un’urgenza emotiva oltreché espressiva che mai la songwriter californiana aveva mostrato a simili livelli. Come lei stessa ha spiegato, le canzoni di “Father” riguardano le dolci e non di rado disagevoli esperienze della sua vita fino ai sedici anni, l’età in cui perse il genitore, e si configurano appunto come “storie di perdita, sogni e luminosità”.
Lasciata da parte la policroma frivolezza delle sue cose recenti, la cantante ha scelto l’azzardo di un passo complicato e sofferto, ma dai risvolti indubbiamente radiosi e di straordinaria suggestione. Per compierlo ha rimesso mano al molto materiale già offerto ai fan negli anni passati via YouTube, nella forma di demo registrate alla meno peggio, optando per l’aiuto professionale dei fuoriclasse John Parish e Ali Chant. Beh, dalla Paris fumosa dei localini jazz al Parish delle ovvie evocazioni americane, corre un’intera galassia stilistica.

Il più esplicito riferimento alla figura paterna di questa collezione di memorie è quello che nel brano di apertura si configura a tutti gli effetti come un atto di amore incondizionato, disinvolto, estatico e sinceramente commovente, e che l’autrice allestisce con una delicatezza e una lucidità impressionanti. L'indirizzo affabulatorio ripiega verso un'aneddotica frugale ma illuminante con “Cypress” che, per dirne una, vela di austera amarezza il candore che Brisa esibiva con naturalezza ai tempi della rivelazione “Takes” e che qui si riconosce intatto dietro lo schermo del disincanto.
Il tocco di Parish è al solito asciutto, minimalista, e lascia risplendere la purezza della voce della statunitense, mai così controllata prima d'ora. Non meno emblematico appare un altro episodio, scelto tra i tanti possibili per l'arrivederci di “Carnation”, con una tenerezza nell'intonazione che ammalia nonostante i cupi presagi (à-la Lisa Germano) dell'infausto epilogo che già si affacciano all'orizzonte.

I debiti verso l’adorata PJ Harvey, pur mai taciuti, si fanno ora espliciti e piuttosto pesanti, ben al di là della scelta del tecnico-portafortuna, in passaggi crudi e palpitanti come “Fuck My Love” o “Black Mane”, e nel crepuscolo gentile del capolavoro “Before I'm Gone”. La Roché non si era mai mostrata tanto adulta e incline alla concretezza, e a destare vivo stupore è che in queste nuove vesti dimesse riesca più credibile che in quelle della rutilante sirena nella fantasmagoria synth-pop del precedente “Invisible 1”. Così, da talento del technicolor avant-pop, Brisa si reinventa (alla maniera di Nina Nastasia) superba interprete di chiaroscuri, risoluta e gioviale a un tempo, grazie ai bei fondali desertici rischiarati dai bagliori elettrici marca Giant Sand apparecchiati dall’amico di lunga data Nick Zinner, chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs.

La pazienza evocata nel brano eponimo è quella materna nei confronti di un partner con tanti pregi quanti difetti, impossibili da cogliere nella prospettiva adorante di una sedicenne condannata alla confusione. La delicatezza del suo sguardo, oggi, suggella un affetto che trascende le parole dette o non dette in passato e che ancora una volta conquista per garbo e spontaneità. Qui e in “Holy Badness” Brisa evita la facile agiografia da santino rassicurante, scegliendo di non silenziare magagne, difficoltà e piccoli drammi personali di un uomo che ha evidentemente bruciato la candela da entrambi i lati. Al contrario, le sue imperfezioni sono affrontate con grazia, umanizzando e asciugando rancori, ferite e delusioni. “Father” riesce così a suonare straordinariamente intenso nella fragilità che porta in scena, senza espedienti insinceri o forzature. “Blue Night”, per fare un esempio, è una litania apparecchiata solo con organo e voce e rasenta il misticismo per il rigore e il pudore che riesce a esprimere.

I battiti sintetici al minimo sindacale di “Engine Off” non intralciano la limpidezza della trama di chitarra e la magia del cantilenare della Nostra, mentre l’inconfondibile firma percussiva del produttore conferisce ulteriore profondità a questo edificio sonoro e l'autorevole fermezza dell'artista lascia ammirati. Con “Can't Control” fa capolino l'introspezione, secondo lo stesso formulario per nulla angusto che la Roché adotterà per il secondo disco di riappropriazione delle radici, pubblicato a stretto giro di posta (ma questa è un’altra storia).

L'album termina con “Trout Fishing Again”, lasciando la parola al convitato di pietra e a un suo monologo. Nessuna musica, solo un leggero rumore di traffico sullo sfondo e una voce oltremodo affaticata ma anche ardente, nell’atto di recitare quella che sembra una poesia ispirata a uno dei manifesti della controcultura respirata fino in fondo da Roché padre, “Pesca alla trota in America”, dello spirito affine Richard Brautigan.

(04/08/2019)

  • Tracklist
  1. 48
  2. Fuck My Love
  3. Patience
  4. Cypress
  5. Engine Off
  6. Can't Control
  7. Black Mane
  8. Before I'm Gone
  9. Holy Badness
  10. Blue Night
  11. Carnation
  12. Trout Fishing Again






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