World music poliritmica con inserti di fiati spumeggianti: questo in sintesi il contenuto dell’esordio solista di uno dei misteriosi membri dei Goat, tra le formazioni che – pur provenendo dalla tutt’altro che esotica Svezia – meglio ha saputo traslare nel nuovo millennio aromi e profumi di paesi lontani, rendendo globalizzazione e cosmopolitismo gli irrinunciabili must da seguire.
Sei tracce in una scaletta inaugurata dall’incontenibile groove scandito da “Jaam Ak Salam”, una coloratissima festa afrobeat che dà la sensazione di essere stata catturata live. La successiva “Hum Bebass Nahin” si avvicina al desert-blues dei Tinariwen, con tanto di solo in modalità wah-wah. I cori femminili in “Carry The Load” e il flow di “Aduna” richiamano invece in maniera forte la musica etiope degli anni 70. Goatman suona quasi tutti gli strumenti, lasciando le parti cantate a una serie di ospiti, fra i quali la cantante senegalese Seydi Mandoza e la svedese Amanda Werne, meglio conosciuta in patria con il nome d’arte Slowgold.
In alcuni frangenti (“Limelight”, il raga ancestrale conclusivo “Baaneexu”) si perde il bandolo della matassa, motivo per il quale il progetto Goatman resta un filino al di sotto degli standard qualitativi della band madre, pur imponendosi come l’ennesimo coraggioso esperimento sostenuto dalla Rocket Recordings, l’etichetta che sta contribuendo in maniera encomiabile a tracciare la mappa con le nuove strade della moderna psichedelia mondiale.
06/11/2018
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