GOD IS AN ASTRONAUT - Epitaph

2018 (Napalm records)
post-rock

“Epitaph” è l’ottavo disco nella carriera dei God Is An Astronaut, band irlandese fondata dalla (seconda) coppia di fratelli Kinsella, Niels e Torsten, in trio col batterista Lloyd Hanney. Il disco rende omaggio alla memoria di un familiare prossimo prematuramente scomparso, trattenendone lo struggimento e le lacerazioni per la perdita, sentimenti principalmente espressi dagli arpeggi del pianoforte intrecciati a quelli classici delle chitarre, dalle scarne linee di strumenti elettronici e dalle lancinanti distorsioni con assonanze post-metal/doom. Un emblematico esempio è la canzone omonima che apre il disco, la quale attraverso l’equilibrio tra questi elementi sviluppa un andamento che esprime un senso di dissolvimento e ineluttabilità drammatico, ma mai esasperato o esasperante.

Sostanzialmente “Epitaph” conferma l’identità musicale di una band che nel tempo non ha espresso particolare originalità rispetto agli stilemi del post-rock chitarristico, basato su arpeggi, ripetizioni e climax, di band come Mogwai ed Explosions in the Sky. Stavolta prende particolare ispirazione dagli arrangiamenti elettronici della band di Glasgow e dal sinfonismo dei Godspeed You! Black Emperor, aggiungendo all’insieme i tratti metallici ed elegiaci dei Mono. I riff e le successioni accordali, così come il suono delle chitarre elettriche influenzato dalle produzioni di Isis e Russian Circles, saturano lo spazio occupato dalle linee melodiche, linee familiari al (post)rock matematico di Appleseed Cast e Polvo

Tra le soluzioni più interessanti troviamo i finali dei brani in cerca di una via di fuga dallo stilema del climax tipico del genere, tra i quali segnaliamo quello di “Winter Dusk/Awakening”, e quegli elementi quasi alieni al sound caratteristico della band come il giro di basso di “Mortal Coil”, che ammica addirittura ai primi Muse, l’evoluzione elettronica di “Seance Room”, o l’incedere quasi ambient di “Komorebi”.

Se da una parte la band introduce diverse novità rispetto ai dischi precedenti, soprattutto negli arrangiamenti, dall’altra però le novità stesse fanno riferimento a soluzioni già adottate da altri gruppi, che poco di personale (e originale) hanno. Le intenzioni sono nobili e il tasso emozionale in diversi momenti è alto – come nel finale della stessa “Epitaph” con quelle voci sussurrate à-la Slowdive – ma il disco complessivamente non dice niente di nuovo e alla lunga risulta faticoso. Si fa ascoltare certo, ma si farà in qualche modo ricordare?

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02/06/2018

Tracklist

  1. 1. Epitaph
  2. 2. Mortal Coil
  3. 3. Winter Dusk/Awakening
  4. 4. Seance Room
  5. 5. Komorebi
  6. 6. Medea
  7. 7. Oisín

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