Judas Priest

Firepower

2018 (Sony) | heavy metal

Cinquant'anni e non sentirli: chi mai si aspetterebbe che un gruppo formatosi ufficialmente nel lontano 1969 possa continuare a pubblicare dischi nel 2018, e magari riuscire a fare il colpo di coda proponendo qualcosa di valido dopo tante uscite mediocri?
L'ultimo grande disco dei Judas Priest risale al 1990 ed è "Painkiller", al quale possiamo aggiungere un album tutto sommato buono solo nel 2006 con "Angel Of Retribution"; nel mentre, tanti altri lavori dimenticabili con poche canzoni salvabili, come "Jugulator" nel 1997, "Demolition" nel 2001, il terribile mattone "Nostradamus" nel 2008 e cinque anni fa "Redeemer Of Souls" nel 2014. Dischi che o implementavano male pseudo-innovazioni riciclate da altri stili, o riciclavano sé stessi riproponendo la stessa solfa di anni - e lo facevano pure male, sia nella composizione che nell'esecuzione.
L'ultimo dell'elenco avrebbe avuto il difficile onere di rappresentare l'estremo capitolo della lunga discografia del gruppo di Birmingham e l'infelice demerito di essere un disco dal songwriting debole e prolisso, che suona stanco e monotono dall'inizio alla fine. Non c'era da riporre molte speranze in un gruppo a fine carriera tornato in studio di registrazione durante il 2017.

Invece questo "Firepower" sorprendentemente funziona. Rispetto ai dischi precedenti ci sono più grinta e pathos, c'è un songwriting curato, ci sono riff trascinanti e assoli taglienti come non se ne sentivano dal 2006. È un lavoro di maniera, che riporta direttamente al periodo d'oro del gruppo e può risultare un po' prevedibile nella musica e nei testi, quindi annoierà chi cerca innovazioni. Ma da dei decani come i Judas Priest non ci sarebbe da aspettarsi altro, e comunque le canzoni convincono: pezzi come "Never The Heroes", "Necromancer", "Evil Never Dies", ma anche l'enfatica "Rising From Ruins" o la bruciante "Traitors Gate" sono fra le migliori proposte dal gruppo da 10-15 anni a questa parte.

Ci sono momenti anthemici che rimandano direttamente ai tempi di "Screaming For Vengeance", attacchi di chitarra e ritornelli di sicuro forte impatto live. Si percepisce il rientro di Tom Allom a conferire robustezza al sound. I difetti grossi (se si esclude la sostanziale mancanza di novità che, come già detto, è relativa) sono due: il primo è la produzione a due facce, che appiattisce e rende anonima la batteria, nonostante il lavoro dell'esperto Andy Sneap esalti le distorsioni chitarristiche e il canto; il secondo è il minutaggio, che forse poteva essere ridotto, con un po' meno canzoni filler (almeno la chiusura affidata alla deboluccia "Lone Wolf" e all'eccessivamente blanda "Sea Of Red", per chi scrive).
Può suonare fuori tempo massimo rispetto al resto della scena, ma nel complesso "Firepower" riesce a cancellare le precedenti piatte uscite e a rappresentare un degno capitolo conclusivo per la storia dei Judas Priest. 

Come nota finale, il 12 febbraio 2018 il chitarrista Glenn Tipton ha annunciato di essere affetto dal morbo di Parkinson: a lui ovviamente vanno i migliori auguri e il rispetto dovuto per quanto ha saputo dimostrare nella sua carriera eccezionale.

(03/04/2018)



  • Tracklist
  1. Firepower
  2. Lightning Strike
  3. Evil Never Dies
  4. Never The Heroes
  5. Necromancer
  6. Children Of The Sun
  7. Guardians
  8. Rising From Ruins
  9. Flame Thrower
  10. Spectre
  11. Traitors Gate
  12. No Surrender
  13. Lone Wolf
  14. Sea Of Red
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