Black To Comm

Seven Horses for Seven Kings

2019 (Thrill Jockey) | elettroacustica, dark-ambient, experimental

Un vortice dissonante di trombe bibliche riecheggia in un vuoto caliginoso, rimestando angoscia e disagio, mentre i cimbali ne increspano la superficie con gocce o sfarfallii. È quanto si ascolta in “Asphodel Mansions”, prima traccia del nuovo disco del progetto di Marc Richter, qui all’esordio per Thrill Jockey.
A differenza di quanto abbiamo ascoltato negli altri suoi lavori (una decina circa), in “Seven Horses For Seven Kings” l’artista tedesco si muove in un territorio sonoro in cui, come ben annunciato dal singolo guida “Fly On You”, diventano essenziali l’uso liberatorio delle percussioni e il ricorso agli archi e agli ottoni, quest’ultimi maneggiati come allegorie di un’inquietudine profonda e proprio per questo sempre sfuggente.

Ne nasce, quindi, l’esigenza di una musica dal rinnovato carattere drammatico, che necessariamente viene su attraverso la sintesi di sorgenti sonore delle più disparate, con gli archi a saettare da confine a confine, portandosi dietro tutto un carico di scivolosa tensione psicologica, come accade nella splendida “A Miracle No-Mother Child At Your Breast”, un poema sinfonico dai tratti orrorifici su cui potrebbero aver tranquillamente armeggiato sia Steven Stapleton che Maurice De Jong. Sinfonico è anche il respiro di "Ten Tons Of Rain In A Plastic Cup", questa volta però declinato secondo una modalità di tipo ritualistico e risolta in un cortocircuito di frequenze.
“Lethe” è invece un tunnel in cui la musica ambient trascina in giro, così come fa il vento d’autunno con le foglie ingiallite, residui di impressionismo post-industriale, trasformando lo stupore dinanzi all’imponderabile in un meccanismo monotono.

Si diceva, all’inizio, delle percussioni e del loro uso liberatorio. Evidente lo è soprattutto in “Semirechye” e “If Not, Not”, quest’ultima inframmezzata da rapimenti mistici, ma di un misticismo infetto, degradato a incubo. Più atmosferico è, invece, l’uso delle percussioni in “Rameses II”, piccola composizione evidentemente scritta pensando all’antico Egitto (e il Dio del rock mi fulmini se, per questo brano, Richter non ha prestato più di un orecchio alla batteria di “Flowers Of Romance” dei Public Image Ltd. e, nel caso specifico, a quella suonata da Richard Dudanski in “Hymie's Him”!).
Ad aumentare il tasso di sperimentazione giungono, quindi, gli schizzi free-jazz su tappeto liturgico di “Licking The Fig Tree, le stratificazioni del pianoforte che delineano un incantesimo fatto di miraggi ed echi in “The Deseret Alphabet”, una “Angel Investor” in cui densi loop di mellotron edificano muraglie sonore che si muovono al confine tra ambient-drone e harsh-noise, passando in rassegna sensazioni che vanno dall’estasi paradisiaca al terror panico. E poi c’è “Double Happiness In Temporal Decoy”, con quel pianoforte a risuonare solenne nello spazio, mentre gli archi fibrillano, timidamente attendono sulla soglia oppure sgusciano velenosi lungo i bordi. Chiamatela “musica da camera”, se volete: ma la camera, qui, è quella che accoglie il letto sfatto di una vita dissipata nella disperata ricerca di un rimedio alla morte.

Il compito di mettere la parola fine a quest’ora di avvincente alchimia sonora è affidato ai quasi dieci minuti di "The Courtesan Jigokudayū Sees Herself As A Skeleton In The Mirror Of Hell", cinematica trasfigurazione di una storia tradizionale della cultura giapponese. Dopo la morte in battaglia del padre samurai e l’uccisione della madre per mano di alcuni banditi, la cortigiana Otoboshi e la sua sorella più vecchia vengono vendute a un bordello. Qui, per distinguersi dalle altre prostitute e per mostrare a tutti il suo tragico destino, la povera ragazza decide di indossare un kimono su cui sono raffigurate immagini infernali e di cambiare il suo nome in Jigoku (“inferno” in giapponese). Del resto, come le dirà un giorno il monaco e poeta Ikkyū (che aveva l’abitudine di frequentare i bordelli perché desiderava rintracciare “la virtù in mezzo al vizio”), alla fine non siamo altro che scheletri. Dunque, perché stupirsi se, un giorno o l’altro, guardandosi allo specchio, le dovesse capitare di vedere proprio uno scheletro? Così la immaginò, ad esempio, il grande artista giapponese Tsukioka Yoshitoshi in un’incisione del 1882, un’opera che di certo non deve essere sfuggita alla trasversale curiosità di Richter.

(03/09/2019)

  • Tracklist
  1. Asphodel Mansions
  2. A Miracle No-Mother Child at your Breast
  3. Lethe
  4. Ten Tons of Rain in a Plastic Cup
  5. Licking the Fig Tree
  6. Fly on you
  7. Double Happiness in Temporal Decoy
  8. If Not, Not
  9. The Deseret Alphabet
  10. Semirechye
  11. Rameses II
  12. Angel Investor
  13. The Courtesan Jigokudayū Sees Herself as a Skeleton in the Mirror of Hell
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