Carl Stone

Himalaya

2019 (Unseen Worlds) | plunderphonics, elettroacustica, post-minimalismo

Compositore e musicista di lungo corso (le sue prime esperienze risalgono, infatti, alla fine degli anni Sessanta), il californiano Carl Stone, a sessantasei anni suonati, riesce ancora a stupire con un’opera eclettica e altamente creativa.
“Himalaya” è il racconto musicale di diverse esperienze che il Nostro ha avuto modo di fare durante alcuni viaggi lungo il continente asiatico, laddove “Baroo” (l’altro disco uscito quest’anno) si concentrava invece sulle festose atmosfere del Sudamerica, facendo però registrare risultati altalenanti.

Il primo capitolo, “Han Yan”, si lancia a perdifiato, e con un tasso enorme di caffeina, lungo una highway afrobeat in cui, tra gli altri, sembra di incrociare anche un certo Dan Deacon, ma stuzzicato dalle malìe dello stile chitarristico congolese. A una prima parte più orientata sul versante rock, “Bia Bia” contrappone una seconda in cui a dominare sono le continue stratificazioni di voci e suoni manipolati, dando vita a un gioco di specchi e di continui slittamenti semantici che prosegue anche in “Jame Jam”, altro tassello di una “plunderfonia” taumaturgica o di un sinfonismo votato all’imbrigliamento del Caos. Nei diciassette minuti di “Kikanbou”, Stone ha modo di attuare le sue sperimentazioni sui loop attraverso una trama di percussioni, riff chitarristici, bave di organo e rumorismi assortiti che lentamente assume i connotati di una danza per mutanti disillusi.

Quanto a “Fujiken (Final Section)”, ecco un connubio di droni siderali e voci di cantanti vietnamiti alle prese con austere invocazioni del Sacro, in un ripetuto alternarsi di sovrapposizioni, scambi e controcanti. Il brano costituisce la parte finale di una più lunga composizione (della durata di un’ora circa) che l’artista americano ha messo a punto qualche anno fa sulla scorta di field-recordings e “visioni” colte in terra asiatica.
Nella title track che chiude il disco, la giapponese Akaihirume dissemina, dunque, nello spazio le sue calde e avvolgenti lamine vocali, mentre Stone ne accentua la temperatura ieratica con discrete tessiture puntilliste. È l’alleluia al termine di un lungo e affascinante viaggio. Un alleluia in cui sacro e profano si fondono e si confondono, fino a dissolversi in una nube di stupore.

(12/11/2019)

  • Tracklist
  1. Han Yan
  2. Bia Bia
  3. Jame Jam
  4. Kikanbou
  5. Fujiken (Final Section)
  6. Himalaya (with Akaihirume)
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